Se non hai nulla da nascondere non devi preoccuparti della tua privacy!
È questo il pericolosissimo mantra che sta portando vari Paesi, partendo dalla Cina, passando per Stati Uniti, Israele e anche la Gran Bretagna, ad autorizzare – con livelli di garanzia e controllo spesso assai inferiori a quelli richiesti dall’ordinamento europeo – forme sempre più pervasive di controllo della popolazione attraverso telecamere installate in aree pubbliche, incrociando biometria e IA.
La deriva del controllo sociale: da Larry Ellison ai decreti italiani
Larry Ellison, CEO di Oracle, un annetto fa sentenziò che «i cittadini si comporteranno al meglio perché registriamo e riportiamo costantemente tutto ciò che accade».
Peccato che seguendo questa impostazione la strada maestra sia quella di favorire controlli di massa, discriminazioni e una progressiva normalizzazione della sorveglianza sociale.
Come sappiamo, anche in Italia, soffiando su pericoli di microcriminalità non sempre sotto controllo sul nostro territorio nazionale, si è pensato in pieno periodo estivo di proporre uno schema di decreto legislativo sull’uso del riconoscimento facciale basato sull’intelligenza artificiale per le forze dell’ordine.
Tale schema, per come formulato nella bozza attualmente all’esame nel suo controverso articolo 10, consente la raccolta e la conservazione preventiva di dati biometrici acquisiti su larga scala, anche con riferimento a persone non sospettate di alcun reato.
La tentazione del controllo sociale
La tentazione da parte degli Stati, anche democratici, di lasciarsi andare a forme diffuse di controllo sociale è sempre forte.
E ne sappiamo qualcosa, perché durante l’emergenza pandemica abbiamo già assistito a significative compressioni delle garanzie in materia di protezione dei dati personali, giustificate dalla tutela della salute pubblica.
Oggi il governo sembra voler ampliare, sia pure con finalità dichiaratamente legate alla sicurezza pubblica, gli spazi di utilizzo di strumenti di sorveglianza e identificazione biometrica che pongono interrogativi profondi in termini di proporzionalità, necessità e tutela dei diritti fondamentali.
L’AI Act europeo e lo spettro del modello cinese
E ciò avviene nonostante l’AI Act abbia espressamente vietato pratiche particolarmente invasive, quali lo scraping indiscriminato di immagini per la creazione di database biometrici e talune forme di profilazione predittiva individuale.
In Cina, ad esempio, l’impiego estensivo di tecnologie biometriche e algoritmiche ha favorito anche lo sviluppo di sistemi di monitoraggio comportamentale (e in alcuni contesti persino emotivo).
Per fortuna apparteniamo a un ordinamento più complesso, che sembra ancora in grado di resistere a quel progressivo deterioramento dei diritti e delle libertà fondamentali che osserviamo in altre aree del mondo.
L’Europa come baluardo dei diritti digitali
Forse, per una volta, dovremmo smettere di considerare l’Europa un ostacolo burocratico e cominciare a considerarla ciò che spesso è: l’ultimo argine giuridico a tutela delle nostre libertà fondamentali.
E ricordiamoci che, come disse Benjamin Franklin, uno dei padri fondatori degli USA, «chi rinuncia alla libertà per la sicurezza non merita né l’una né l’altra».






















