Il D.Lgs. 179/2026: Cosa c’è di nuovo (e cosa esisteva già)
Ormai la regolamentazione normativa in materia di intelligenza artificiale sembra essere inarrestabile.
È, infatti, stato appena pubblicato il decreto legislativo n. 179/2026, secondo provvedimento attuativo della legge n. 132/2025 e ulteriore tassello nazionale di adeguamento all’AI Act.
E, come sempre, pochi minuti dopo la pubblicazione sono arrivati decine di commenti, analisi e sintesi.
Alcuni, per velocità e struttura, sembrano confermare che l’intelligenza artificiale non si limita più a essere oggetto della regolazione, ma contribuisce direttamente alla sua stessa interpretazione.
C’è qualcosa di surreale in tutto questo.
Formazione nella PA: Il nodo mai sciolto del Codice dell’Amministrazione Digitale
Il decreto contiene alcune disposizioni importanti sull’assetto delle autorità, sulla vigilanza, sulle sanzioni e sulla formazione. Ma, sul piano dei principi sostanziali, molta parte di ciò che leggiamo non è affatto nuova.
Intervento umano, trasparenza, responsabilità, tutela della persona e controllo sulle decisioni automatizzate erano già ricavabili dal GDPR, a partire dall’art. 22, dalla Costituzione e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.
Se conoscessimo davvero il diritto e ci avvicinassimo alla tecnologia con curiosità e spirito critico, molte risposte sarebbero già davanti a noi.
Il decreto dedica poi numerose disposizioni alla formazione, spiegando anche alle PA come sviluppare competenze sull’IA.
È opportuno ricordare che il Codice dell’amministrazione digitale, agli articoli 8 e 13, impone rispettivamente di promuovere l’alfabetizzazione informatica dei cittadini e la formazione informatica dei dipendenti pubblici.
Da ormai vent’anni.
E con risultati non sempre memorabili.
La vera sfida dell’IA: Governance, Cultura e Principi Generali
Inizio quindi a pensare che, in questo ambito, il brocardo repetita iuvant serva a poco. Se non alla politica.
C’è certamente qualcosa da studiare nel nuovo decreto. Ma poco da celebrare come rivoluzionario.
Io mi limiterei a ricordare una cosa: se conoscessimo meglio la Costituzione, la Carta dei diritti fondamentali dell’UE e i principi generali del diritto, sapremmo già trovare molte delle risposte necessarie per governare questi strumenti.
Perché di strumenti si tratta. Anche quando finiscono per partecipare all’interpretazione delle norme che dovrebbero disciplinarli.
La vera scarsità oggi non è normativa. È culturale.
In estrema sintesi, l’intelligenza artificiale resta uno strumento. Il problema comincia quando il diritto dimentica chi deve governarlo.






















