Oggi la rabbia è un contenuto da esibire.
Il saccheggio si trasforma così in uno spettacolo. E la folla diventa una community da organizzare.
Ciò che è accaduto a Milano (e non soltanto a Milano) non è un semplice problema di ordine pubblico.
Gruppi di ragazzi, in maggioranza minorenni, si danno appuntamento attraverso i social, si aggregano rapidamente e trasformano una manifestazione, un disagio (o anche soltanto un richiamo virale) in un’occasione per saccheggiare.
È semplice liquidarli come giovani senza valori. Bisognerebbe chiedersi piuttosto quali valori abbiamo lasciato sedimentare online e dentro quale ambiente li abbiamo quindi fatti crescere.
Non possiamo continuare a fingere che il digitale sia un luogo neutrale.
Per anni gli algoritmi hanno imparato che rancori e desideri trattengono più a lungo la nostra attenzione.
Hanno premiato contenuti estremi, consacrato influencer capaci di raccogliere folle intorno a slogan sempre più aggressivi e trasformato il possesso di un oggetto in una misura del proprio successo personale.
Le infrastrutture digitali che ci suggeriscono cosa comprare possono oggi indicare come aggregare centinaia di sconosciuti e trasformare un impulso in un comportamento collettivo.
E tutto questo ha una dimensione sovranazionale, perché si muove in uno spazio privo di territorio.
E adesso c’è un nuovo elemento a disposizione: l’intelligenza artificiale generativa.
Non perché l’IA “crei” necessariamente una volontà criminale, ma perché uno strumento conversazionale può confermare un’intenzione e darle una forma, rendendola più concreta e realizzabile.
Quando mancano salvaguardie, la distanza tra idea e azione può ridursi pericolosamente.
Il digitale non ha inventato il disagio sociale, ma può senz’altro coordinarlo e spettacolarizzarlo.
E i minori sono i soggetti più esposti, non gli unici, perché intere famiglie sono ormai immerse in una bolla anestetizzata dal social web.
Naturalmente lo Stato deve impedire le violenze e proteggere persone, negozi e città.
Ma una risposta soltanto muscolare rischia di alimentare altra rabbia e di offrire nuovo materiale alla rappresentazione social dello scontro.
Alla repressione degli illeciti dovrebbe necessariamente accompagnarsi una risposta culturale, educativa e politica.
Servono scuole e famiglie capaci di tornare a parlare di responsabilità e di limiti, in una società che ha trasformato troppo spesso ogni desiderio in una pretesa immediata e ogni frustrazione in rabbia da esibire.
Servirebbero piattaforme chiamate a rispondere dei meccanismi con cui profilano e trattengono i minori.
Ed è soprattutto indispensabile un’educazione digitale che non insegni soltanto a usare gli strumenti, ma anche a riconoscere quando sono gli strumenti a usare noi.
Perché una folla oggi può nascere in pochi minuti, mentre la costruzione di una comunità richiede cultura, responsabilità e tempo.






















