Basta digitare il proprio nome completo e la città di residenza in un motore di ricerca per imbattersi, talvolta già nella prima pagina dei risultati, in un sito mai visitato prima che raccoglie informazioni personali.
Parliamo di dati come età, indirizzo attuale e precedente, ma anche nomi dei familiari, senza dimenticare e-mail e talvolta persino numeri di telefono.
A questo materiale si aggiungono i registri pubblici: gli atti immobiliari possono indicare quali proprietà si possiedono e quanto sono costate, mentre i documenti giudiziari possono rendere visibili divorzi, fallimenti o altre vicende risalenti a molti anni prima.
Le fonti commerciali completano il quadro con informazioni sul lavoro, sugli studi, sulle abitudini di acquisto e sugli account social riconducibili alla stessa persona.
Non solo attacchi informatici: i rischi della diffusione di dati personali online
La prima reazione può essere pensare a un attacco informatico, ma spesso la spiegazione è meno spettacolare e, proprio per questo, più difficile da individuare.
Con tutta probabilità, una società ha raccolto quei dati da registri pubblici e fonti commerciali, li ha organizzati in un profilo e li mette a disposizione di chiunque sia disposto a pagare, o in alcuni casi anche a titolo gratuito.
Il problema non riguarda soltanto ciò che ciascuno pubblica volontariamente online, magari attraverso i social network, ma soprattutto la quantità di informazioni che aziende diverse riescono a collegare.
Considerati uno per uno, questi dati possono sembrare quasi innocui.
Un indirizzo compare nella corrispondenza, l’età è nota ad amici e conoscenti e alcuni dati professionali sono già pubblici.
Il rischio cambia quando tutto viene riunito in un’unica pagina, creando un vero e proprio dossier consultabile. Informazioni che uno sconosciuto avrebbe impiegato giorni a ricostruire, possono essere ottenute in pochi istanti.
In questo contesto rientra l’operato dei famigerati data broker, ovvero società specializzate nella compravendita di dati personali.
Chi sono i data broker e perché sono potenzialmente così pericolosi?
Questo settore comprende realtà di diversa natura. Da una parte ci sono i siti di people search, che pubblicano profili di milioni di persone e permettono di cercarli attraverso il nome o altri dettagli identificativi.
Dall’altra operano intermediari, molto meno visibili, che non offrono per forza una pagina pubblica consultabile, ma vendono informazioni a inserzionisti, istituti di credito, selezionatori del personale e compagnie assicurative.
Le informazioni possono essere impiegate per profilare consumatori o indirizzare offerte commerciali.
I broker, inoltre, acquistano dati gli uni dagli altri e copiano archivi già esistenti: ecco perché un vecchio indirizzo può ricomparire su decine di siti, anche dopo che qualcuno lo ha corretto altrove.
Questa rete così estesa rende la cancellazione più complessa di quanto sembri.
Un sito di ricerca delle persone consente spesso di trovare il proprio profilo e avviare una procedura di esclusione, detta opt-out.
Un intermediario privato, invece, potrebbe non offrire un motore di ricerca accessibile al pubblico. In quel caso occorre inviare una richiesta formale di cancellazione e attendere una risposta.
Ma l’eliminazione di una scheda da un sito non significa cancellare ogni copia dell’informazione, né impedire che venga raccolta di nuovo.
Le conseguenze diventano concrete soprattutto quando informazioni corrette vengono sfruttate per ingannare qualcuno. Un esempio comune è quello delle telefonate commerciali indesiderate: dopo aver cambiato numero e averlo comunicato alla banca e a pochi negozi, una persona comincia a ricevere chiamate su garanzie per automobili o servizi che non ha mai richiesto.
Il contatto può essere entrato in una lista acquistata da operatori di telemarketing o da centri che organizzano truffe. Il numero, associato al nome e all’età, permette al chiamante di presentarsi con un tono familiare e di far credere di conoscere già la persona contattata.
Per rendersi credibili e instaurare subito un rapporto amichevole, chiamano citando nome e cognome della vittima, in modo da infrangere la barriera del sospetto che sorge quando viene visualizzato sul telefono un numero sconosciuto.
Lo stesso meccanismo alimenta i messaggi fraudolenti che imitano sempre meglio le comunicazioni autentiche.
Un SMS che cita la via in cui si abita o il nome di una sorella può sembrare credibile proprio perché contiene dettagli esatti.
Per ottenere quelle informazioni, chi prepara la truffa non deve per forza violare un account o penetrare in una rete informatica: può bastare consultare un rapporto di un servizio people search dal quale ricavare dati sulla potenziale vittima e sulla sua famiglia.
Non solo truffe di natura economica
C’è poi un rischio meno legato alla frode economica e più vicino alla sicurezza personale.
Una discussione in un gruppo di quartiere, una vendita online conclusa male o la decisione di interrompere i contatti con una persona conosciuta tramite un’app di incontri possono spingere qualcuno a cercare informazioni sull’altra parte.
Con il nome completo e la città, un indirizzo di casa può essere individuato in pochi minuti. La questione riguarda in modo particolare professionisti che lavorano a contatto con il pubblico, come insegnanti o infermieri, ma non è limitata a queste categorie.
Trasferirsi, inoltre, non garantisce una protezione duratura: quando il nuovo indirizzo viene comunicato alla banca o a un altro ente, può finire nei database dei broker nel giro di pochi mesi.
I regolamenti Italiani e UE
Per proteggere i dati personali è possibile agire anche senza pagare servizi particolari.
I broker legittimi dispongono, nella quasi totalità dei casi, di procedure opt-out e, in Italia così come nell’Unione Europea, esiste un intero regolamento che protegge in tal senso i consumatori.
Il Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR), riconosce agli interessati diversi diritti sul trattamento delle proprie informazioni personali.
In base alle circostanze, è possibile chiedere a un’azienda di accedere ai dati raccolti o ottenerne la cancellazione, anche quando sono stati condivisi con terzi.
Il diritto alla cancellazione, tuttavia, non è assoluto e può essere soggetto a eccezioni previste dalla legge.
Nel territorio nazionale, questi diritti sono tutelati anche dal Codice in materia di protezione dei dati personali, adeguato al GDPR.
Per gli italiani è quindi possibile rivolgersi direttamente al titolare del trattamento per esercitare i propri diritti e, in caso di mancato riscontro o di violazioni, è appropriato presentare un reclamo al Garante per la protezione dei dati personali.
Come contrastare l’operato dei data broker
A livello pratico, il primo passaggio necessario prevede la ricerca online del proprio nome completo insieme alla città di residenza e del numero di telefono.
È opportuno utilizzare una finestra di navigazione privata del browser, annotando tutti i siti che mostrano un profilo.
Le pagine che compaiono nelle prime due schermate dei risultati meritano la priorità assoluta, perché sono quelle che uno sconosciuto consulterà per prime.
Una volta individuato un profilo, bisogna cercare in fondo alla pagina collegamenti con diciture come “Do Not Sell My Info”, “Opt Out” o “Privacy”.
Qui, dovrebbe essere possibile accedere a un modulo, in cui inserire un’e-mail per confermare l’identità e, in alcuni casi, una copia di un documento.
È prudente utilizzare un indirizzo e-mail secondario, appositamente destinato alle richieste di cancellazione, e registrare in un foglio di calcolo il nome del sito, la data di invio e lo stato della procedura.
Un archivio ordinato aiuta a evitare richieste duplicate e rende più semplice verificare quali società abbiano risposto.
Anche Google offre una procedura per chiedere la rimozione dai risultati di ricerca di pagine che mostrano informazioni personali.
Questo strumento è utile, ma occorre capire che cosa fa davvero: nascondere un risultato su Google non elimina la pagina dal sito che la ospita.
Il contenuto può restare online e continuare a essere raggiungibile attraverso altri motori di ricerca o un collegamento diretto.
Per questo, quando possibile, conviene presentare, sia la richiesta a Google, sia quella al sito originale.
La difficoltà maggiore arriva nei mesi successivi.
I broker possono raccogliere di nuovo gli stessi dati, per cui una scheda rimossa a gennaio potrebbe riapparire entro giugno. Una verifica ogni tre mesi circa, può essere necessaria per mantenere i risultati.
E questa attività manuale riguarda soprattutto i siti pubblici: gli archivi commerciali non consultabili restano più difficili da individuare e raggiungere.
A tal proposito, esistono anche strumenti a pagamento, che inviano richieste in modo automatizzato, seguono le risposte e ripetono i controlli nel tempo.
In merito, tra i servizi più conosciuti online (e disponibili in Italia) figurano nomi come Incogni, DeleteMe e Privacy Bee. Questi offrono diverse formule di abbonamento, con costi variabili, che di solito sono di pochi euro mensili, il tutto senza calcolare promozioni, piani diversi con funzioni avanzate e sconti per sottoscrizioni annuali.
Strumenti a confronto
Per ridurre le informazioni personali esposte sui siti dei data broker, Incogni, DeleteMe e Privacy Bee propongono soluzioni e prezzi differenti, che possono variare o meno a seconda del caso.
Per quanto riguarda Incogni, il piano Standard è disponibile a un prezzo di 11,98 euro al mese, con fatturazione annuale che abbassa tale costo, con una sottoscrizione Unlimited più costosa.
La formula Standard automatizza le richieste a oltre 420 broker e permette di proteggere più indirizzi e-mail, numeri telefonici e indirizzi fisici.
Unlimited aggiunge attività personalizzate per segnalare pagine specifiche.
Il punto di forza di Incogni è la gestione continuativa: le ricerche e conseguenti richieste di cancellazione vengono ripetute per contrastare la ricomparsa dei dati, riducendo il lavoro manuale dell’utente.
DeleteMe è un servizio americano che offre abbonamenti a partire da 129 dollari all’anno.
La piattaforma punta sull’assistenza umana (ovviamente in inglese) e sul monitoraggio periodico.
Invia richieste di opt-out, controlla i broker ogni tre mesi e fornisce quattro rapporti sulla privacy all’anno.
Privacy Bee propone tre piani: Essentials, Pro e Signature.
Il listino ufficiale è espresso in dollari, con la prima formula che costa 8 dollari al mese, Pro 16 e Signature 67, con fatturazione annuale.
Essentials automatizza le rimozioni da 535 siti di ricerca delle persone e monitora periodicamente recapiti e varianti del nome. Pro estende la copertura a oltre 1.200 intermediari, includendo categorie commerciali, e aggiunge il supporto di analisti umani, il monitoraggio dei risultati nei motori di ricerca e le richieste per limitare il marketing indesiderato.
Signature offre invece gestione prioritaria e assistenza avanzata per esposizioni complesse o urgenti.
La scelta dipende dal livello di protezione necessario.
Incogni privilegia l’automazione, DeleteMe i rapporti periodici e l’assistenza, mentre Privacy Bee punta su una copertura più ampia nei piani superiori.
La frequenza dei controlli è decisiva perché le informazioni possono tornare online dopo la prima rimozione.
Incogni dichiara intervalli di almeno 60 giorni per i broker pubblici e 90 giorni per quelli privati, mentre altri servizi possono adottare calendari differenti.
Chi ha cambiato nome, si è sposato, ha divorziato o si è trasferito spesso dovrebbe anche controllare quanti nomi, indirizzi e numeri di telefono possano essere associati allo stesso profilo.
Infine, il costo va confrontato su dodici mesi, non soltanto sulla tariffa mensile pubblicizzata: nel caso di Incogni, la fatturazione mensile può arrivare a costare il doppio rispetto all’abbonamento annuale.
I servizi a pagamento non sono onnipotenti
Nessun servizio a pagamento sostituisce le precauzioni quotidiane.
Gli atti immobiliari e alcuni documenti giudiziari sono registri pubblici e non possono essere eliminati semplicemente chiedendo a un broker di cancellare una scheda.
Molte altre informazioni, però, vengono raccolte attraverso scelte di tutti i giorni.
Impostare come privati i profili social, evitare di pubblicare il numero di telefono o il proprio datore di lavoro nelle sezioni accessibili a chiunque, rifiutare i cookie facoltativi e usare un indirizzo e-mail secondario per gli acquisti online può ridurre la quantità di dati che circola.
Gli account abbandonati meritano attenzione: un account su un forum aperto quindici anni fa potrebbe conservare ancora l’indirizzo e-mail e altre informazioni fornite al momento della registrazione.
Dati che, essendo su una piattaforma ormai in disuso e poco protetta, possono diventare una potenziale preda dei “cacciatori di informazioni”.
La scelta tra procedura manuale e supporto di un servizio a pagamento dipende soprattutto dal livello di esposizione e dal tempo che si è disposti a investire.
Se una ricerca restituisce soltanto due o tre profili, dedicare un pomeriggio ai moduli opt-out e ripetere il controllo ogni pochi mesi può essere sufficiente.
Se invece emergono una dozzina di schede, se il lavoro comporta frequenti contatti con il pubblico o se esistono motivi concreti per proteggere l’indirizzo di casa, l’automazione può giustificare la spesa.





















