L’orbita non attende: la vulnerabilità dei servizi spaziali
Nelle prime ore del 24 febbraio 2022, in concomitanza con l’invasione russa dell’Ucraina, un attacco cibernetico alla rete KA-SAT di Viasat interruppe servizi di connettività in Ucraina e in altri Paesi europei.
Secondo il rapporto dell’operatore, l’intrusione interessò il segmento terrestre di gestione e rese inutilizzabili numerosi modem di una specifica partizione della rete: non si trattò della distruzione del satellite né della compromissione dell’intero sistema.
Gli effetti superarono il teatro di guerra.
Circa 5.800 turbine eoliche Enercon persero i collegamenti di monitoraggio e controllo remoto, pur continuando a produrre energia.
Il caso mostrò come la compromissione di una componente terrestre possa degradare un servizio satellitare e propagare conseguenze militari e civili oltre i confini del conflitto.
Lo spazio non è diventato militare nel 2022.
La guerra in Ucraina ha piuttosto reso visibili la profondità della dipendenza dai servizi spaziali e l’estensione delle loro vulnerabilità.
Connettività, navigazione e ricognizione condizionano la libertà d’azione delle forze armate; la loro disponibilità, tuttavia, non determina da sola l’esito delle operazioni.
Dall’orbita al fronte: servizi spaziali e operazioni militari
Il fronte russo-ucraino
La guerra in Ucraina ha accelerato l’impiego militare di servizi commerciali basati su costellazioni in orbita bassa, o LEO.
Dopo l’attacco a KA-SAT, Starlink è diventato uno degli esempi più visibili dell’utilità della connettività commerciale in un contesto di guerra.
Il confronto tra sistemi geostazionari e architetture proliferate in orbita bassa non può però essere ridotto a una contrapposizione tra vulnerabilità e invulnerabilità.
La distribuzione delle capacità su numerosi satelliti riduce la dipendenza da singoli nodi orbitali, ma non elimina i rischi legati ai terminali, alle infrastrutture terrestri, alla gestione della rete e ai collegamenti radio.
Il passaggio a un altro satellite non costituisce, di per sé, una soluzione automatica a ogni forma di interferenza.
La resilienza va valutata sull’intero sistema, non soltanto sul numero degli oggetti in orbita.
Il valore operativo della connettività cresce quando viene integrata con l’intelligence geospaziale.
I sensori ottici e i radar ad apertura sintetica, o SAR, offrono capacità complementari: l’osservazione ottica nel visibile dipende dall’illuminazione e dalla copertura nuvolosa, mentre il SAR permette acquisizioni anche di notte e attraverso le nuvole.
Il risultato operativo dipende comunque dalla risoluzione, dalla frequenza delle acquisizioni e dalla tempestività con cui i dati vengono analizzati e distribuiti.
Nel 2022, la fondazione Serhiy Prytula finanziò un accordo con ICEYE che garantiva all’Ucraina l’uso delle capacità di un satellite SAR e l’accesso alla costellazione dell’azienda.
Secondo le dichiarazioni delle autorità ucraine, nei primi due giorni i dati permisero di individuare oltre sessanta mezzi militari russi.
La fondazione riferì anche il loro successivo impiego a supporto dell’ingaggio e della distruzione di mezzi avversari.
Questi risultati devono essere letti come dichiarazioni delle parti coinvolte, non come una valutazione indipendente dell’efficacia del sistema.
L’integrazione tra ricognizione, connettività e strumenti digitali di comando può comprimere la kill chain, cioè il ciclo che collega l’individuazione di un bersaglio alla decisione e all’esecuzione dell’ingaggio.
Non esiste però un tempo uniforme valido per ogni operazione: acquisizione, trasmissione, analisi, validazione e autorizzazione al fuoco costituiscono fasi distinte.
La disponibilità rapida di coordinate non coincide necessariamente con il completamento dell’intero ciclo d’ingaggio.
Il teatro mediorientale
Nel teatro mediorientale e nel Golfo Persico, la contestazione dei servizi spaziali comprende la guerra elettronica e gli attacchi alle infrastrutture terrestri.
Secondo la stampa israeliana, il 9 marzo 2026 Hezbollah colpì con razzi la stazione satellitare di Emeq Ha’Ela.
Il caso richiama l’attenzione sulle stazioni di terra come componenti critiche dei collegamenti satellitari.
La notizia dell’attacco non consente, da sola, di stabilire quali capacità siano state interrotte né quale effetto ne sia derivato sulle operazioni israeliane.
Il punto analitico è più generale: per degradare un servizio spaziale non è sempre necessario colpire il satellite.
Anche antenne, reti terrestri e collegamenti radio possono costituire bersagli operativamente rilevanti.
Il jamming degrada la ricezione dei segnali attraverso interferenze radio; lo spoofing introduce segnali falsificati che possono indurre errori nella stima della posizione o del tempo.
È necessario distinguere l’interferenza con la navigazione satellitare da quella con le comunicazioni: possono entrambe produrre conseguenze operative, ma interessano funzioni e apparati differenti.
Nelle aree caratterizzate da traffico marittimo e aereo intenso, la perdita di affidabilità dei dati di navigazione rappresenta un rischio anche per gli utenti civili.
La gravità operativa dipende dalla funzione compromessa e dagli effetti sulla condotta delle navi o degli aeromobili: un dato di posizione errato, un’informazione AIS inattendibile e l’interruzione di un collegamento non sono fenomeni equivalenti.
La stampa israeliana descrive un rafforzamento delle strutture dedicate allo spettro elettromagnetico e alle attività spaziali. Sphera viene presentata come una struttura operativo-tecnologica del Direttorato C4I e Cyber-difesa, mentre è stata riportata la decisione di istituire una Space Brigade.
La distinzione tra le due strutture è rilevante per comprenderne competenze e grado di operatività.
Il loro significato strategico risiede nella crescente necessità di coordinare comunicazioni, gestione dello spettro e capacità spaziali.
L’annuncio di una nuova struttura organizzativa, tuttavia, non dimostra da solo il raggiungimento della superiorità operativa nel dominio né consente di dedurne gli effetti sulle singole campagne.
La zona grigia dell’orbita
La competizione spaziale comprende operazioni deliberate per produrre pressione e incertezza senza provocare necessariamente una distruzione fisica.
L’espressione “zona grigia” descrive questa ambiguità politico-strategica, ma non identifica una categoria giuridica autonoma. L’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite disciplina il diritto di legittima difesa in caso di attacco armato; non definisce genericamente la soglia di ogni conflitto.
Le operazioni di rendezvous e prossimità, o RPO, richiedono una valutazione del comportamento concreto.
Un avvicinamento non prova automaticamente un’intenzione ostile: rilevano finalità dichiarate, coordinamento, traiettoria, persistenza e possibili effetti sull’assetto interessato.
La vicinanza può assumere un significato intimidatorio, ma non coincide necessariamente con un attacco.
Un caso significativo riguarda Athena-Fidus, satellite franco-italiano per comunicazioni governative e militari.
Il 7 settembre 2018, la ministra francese delle Forze armate Florence Parly denunciò un avvicinamento compiuto nel 2017 dal satellite russo Luch-Olymp, interpretandolo come un tentativo di intercettazione delle comunicazioni.
Parly dichiarò che la Francia aveva rilevato la manovra, adottato misure di protezione e continuato a sorvegliare il satellite russo.
La denuncia documenta la valutazione ufficiale francese dell’episodio, non dimostra pubblicamente che l’intercettazione sia riuscita.
Il significato strategico risiede nella possibilità di mettere sotto pressione una capacità sensibile senza distruggerla.
Un avvicinamento sospetto impone al soggetto interessato di valutare intenzioni, vulnerabilità e opzioni di risposta, mentre l’incertezza sugli effetti limita ciò che può essere dimostrato pubblicamente.
La competizione si sviluppa così anche nella distanza tra comportamento osservabile e intenzione attribuita.
Il caso mostra perché osservazione tecnica del comportamento, valutazione dell’intento e qualificazione giuridica debbano restare distinte.
L’incertezza non impedisce di adottare misure di protezione o di formulare una contestazione diplomatica, ma richiede cautela nel qualificare la condotta e nel giustificare eventuali risposte.
La valutazione dipende dalle circostanze e dagli effetti, non soltanto dalla presenza di danni visibili.
Minacce non cinetiche: energia diretta, cyberattacchi e interferenze
Le minacce non cinetiche comprendono interferenze radio, attacchi cibernetici e impiego di energia diretta contro sensori o altre componenti del sistema.
La loro analisi richiede di distinguere la degradazione temporanea del servizio dal danneggiamento permanente: effetti diversi comportano conseguenze operative e valutazioni giuridiche differenti.
Queste condotte possono complicare l’attribuzione e offrire margini di negazione del coinvolgimento, ma non garantiscono un’impunità automatica.
L’assenza di una distruzione fisica non esclude l’applicazione del diritto internazionale né permette di stabilire in anticipo che la soglia dell’attacco armato non sia stata raggiunta.
Occorre valutare natura, gravità ed effetti dell’operazione.
La trappola cinetica: test ASAT, detriti e rischio di sindrome di Kessler
La fragilità dell’ecosistema orbitale è stata messa a nudo dai test antisatellite (ASAT) ad impatto cinetico.
L’11 gennaio 2007 un missile balistico lanciato da Xichang ha distrutto il satellite meteorologico cinese Fengyun-1C; il 15 novembre 2021 un’operazione analoga condotta da Mosca ha distrutto il Kosmos-1408.
Entrambi gli eventi hanno generato numerosi detriti, aumentando il rischio di collisione per altri oggetti spaziali. La durata del pericolo dipende dalle caratteristiche delle orbite e dei frammenti.
L’accumulo di oggetti e frammenti può alimentare la dinamica descritta dalla sindrome di Kessler: le collisioni producono nuovi detriti, che aumentano la probabilità di ulteriori collisioni.
Non si tratta necessariamente di una barriera improvvisa e uniforme intorno alla Terra, ma di un deterioramento della sicurezza e dell’utilizzabilità delle regioni orbitali interessate.
Il rischio supera la dimensione del singolo conflitto.
I detriti possono minacciare infrastrutture civili e militari di Stati estranei alle ostilità, generando costi e vulnerabilità duraturi. È l’estensione transnazionale e duratura degli effetti a rendere strategicamente problematica la distruzione cinetica dei satelliti.
Feudalesimo orbitale: la sovranità statale in abbonamento
Il ricorso a infrastrutture commerciali può offrire capacità rapidamente disponibili, ma introduce una dipendenza dalle condizioni alle quali il fornitore rende accessibile il servizio.
Il problema emerge quando una funzione militarmente critica rimane esposta a decisioni aziendali, restrizioni geografiche o vincoli normativi sui quali l’utilizzatore dispone di un controllo limitato.
Il caso Starlink in Crimea rende visibile questa tensione. Nel settembre 2023, Elon Musk dichiarò di aver rifiutato una richiesta ucraina di attivare il servizio nell’area di Sebastopoli per sostenere un’operazione contro la flotta russa.
Il rifiuto di estendere la copertura non deve essere confuso automaticamente con la disattivazione di un servizio già disponibile durante quella specifica operazione.
Resta però il dato strategico: una decisione relativa a un servizio commerciale può condizionare le opzioni militari di uno Stato.
La metafora del “feudalesimo orbitale” descrive questa asimmetria di controllo, non una completa sostituzione degli Stati da parte delle imprese. Le società operano a loro volta entro ordinamenti nazionali e rapporti contrattuali.
La questione è quindi come siano distribuiti potere decisionale, obblighi di continuità e possibilità di limitare l’accesso.
La sovranità operativa non coincide necessariamente con la proprietà dei satelliti.
Dipende dalla capacità di garantire il servizio durante una crisi, proteggere i dati, controllare le condizioni d’impiego e disporre di alternative credibili.
Per uno Stato, il rischio più grave non è acquistare capacità commerciali, ma dipendere da una capacità critica senza poter governare o mitigare le condizioni della sua disponibilità.
Il “feudo” non coincide dunque con un territorio orbitale, ma con una relazione di dipendenza: l’utente dispone della capacità finché restano valide condizioni che non controlla pienamente.
Il diritto internazionale alla prova della guerra spaziale
L’Outer Space Treaty: limiti militari e responsabilità degli Stati
L’Outer Space Treaty del 1967 costituisce il fondamento del diritto internazionale dello spazio.
L’articolo IV vieta il collocamento in orbita di armi nucleari o di altre armi di distruzione di massa e stabilisce ulteriori restrizioni militari per la Luna e gli altri corpi celesti.
Non introduce, invece, un divieto generale di ogni armamento convenzionale in orbita.
Questa lacuna specifica non equivale a un’autorizzazione generale alle ostilità.
L’articolo III richiama l’applicazione del diritto internazionale, inclusa la Carta delle Nazioni Unite.
Attacchi cibernetici, interferenze o impiego di laser devono quindi essere valutati anche alla luce delle regole sull’uso della forza e, durante un conflitto armato, del diritto internazionale umanitario.
L’articolo VI attribuisce agli Stati la responsabilità internazionale per le attività spaziali nazionali, comprese quelle svolte da soggetti non governativi, per i quali richiede autorizzazione e vigilanza continua.
Impedisce quindi di considerare le attività spaziali commerciali come integralmente separate dagli obblighi statali.
Da questa responsabilità non discendono però automaticamente l’attribuzione allo Stato di ogni singola condotta privata, la violazione degli obblighi di neutralità o l’acquisizione dello status di parte del conflitto.
La fornitura di connettività o immagini a un belligerante richiede una valutazione distinta di questi profili.
L’articolo VI non attribuisce all’avversario un diritto generale di attaccare lo Stato competente o le sue infrastrutture.
Sul piano industriale, le catene del valore multinazionali possono richiedere il coordinamento di più ordinamenti. Autorizzazioni delle attività spaziali, disciplina del lancio, registrazione degli oggetti, responsabilità e controlli sulle esportazioni sono però regimi distinti: non devono essere sommati come se costituissero un’unica giurisdizione.
Il problema operativo consiste nel coordinare obblighi diversi lungo la filiera, evitando duplicazioni e incertezze senza indebolire sicurezza e controllo pubblico.
Le criticità emergono quando competenze, tempi istruttori e condizioni autorizzative non risultano coordinati lungo le diverse fasi della missione.
La legge 89/2025: autorizzazioni, riconoscimento e prevedibilità industriale
La legge 13 giugno 2025, n. 89, disciplina le attività spaziali comprese nel proprio ambito di applicazione.
Gli articoli 3 e 4 regolano rispettivamente il perimetro applicativo e il regime autorizzativo.
L’obbligo non riguarda indistintamente ogni impresa della filiera aerospace, ma gli operatori che esercitano le attività individuate dalla legge.
Per le attività svolte all’estero, la disciplina prevede meccanismi di riconoscimento delle autorizzazioni straniere.
L’equivalenza dei criteri non richiede necessariamente l’identità degli ordinamenti: la questione è se la disciplina estera soddisfi le condizioni previste per il riconoscimento.
La sola diversità tra sistemi nazionali non dimostra quindi l’impossibilità di riconoscere una licenza.
Il rischio industriale risiede soprattutto nell’incertezza procedurale, nei tempi e nelle eventuali duplicazioni degli adempimenti. La pubblicazione di criteri di equivalenza, procedure trasparenti e, ove giuridicamente praticabile, un elenco di ordinamenti riconosciuti potrebbero rendere più prevedibile il rapporto tra autorizzazioni nazionali ed estere e ridurre l’incertezza per gli operatori.
Un ulteriore tema di sostenibilità industriale è la garanzia assicurativa prevista dalla legge italiana.
L’articolo 21 stabilisce un livello ordinario di cento milioni di euro per sinistro, ma contempla possibilità di riduzione per determinate categorie di attività.
La sostenibilità industriale dipenderà dall’effettiva graduazione del rischio e dalla disponibilità delle coperture, non dal solo importo ordinario.
Per le imprese minori, una disciplina proporzionata è essenziale affinché la tutela dei terzi non si trasformi in una barriera all’ingresso.
L’EU Space Act tra armonizzazione e competitività industriale
La proposta di EU Space Act apre un confronto sul rapporto tra armonizzazione europea, competenze nazionali e competitività industriale.
Il ricorso a un regolamento mira a introdurre un quadro comune per sicurezza, resilienza e sostenibilità delle attività spaziali. La valutazione critica deve però distinguere le finalità dichiarate dagli effetti che i singoli obblighi potrebbero produrre sugli operatori.
Per la filiera, il punto decisivo è la proporzionalità degli adempimenti rispetto alle attività e ai rischi.
Occorre valutare costi di conformità, possibili duplicazioni autorizzative, interoperabilità con i regimi extraeuropei e impatto sulle imprese di minori dimensioni.
La questione industriale è quindi se l’armonizzazione riduca la frammentazione senza introdurre oneri sproporzionati rispetto ai rischi.
Assetti commerciali, obiettivi militari e neutralità degli Stati
I contratti commerciali possono condizionare concretamente l’accesso a capacità spaziali critiche, ma non sostituiscono il diritto internazionale.
Durante un conflitto armato, la qualificazione di un satellite commerciale dipende dalla sua funzione e dal suo impiego nelle circostanze considerate, non dalla sola natura pubblica o privata del proprietario.
Ai sensi dell’articolo 52, paragrafo 2, del Primo Protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra, un oggetto può costituire un obiettivo militare quando, per natura, ubicazione, destinazione o impiego, contribuisce effettivamente all’azione militare e la sua distruzione, cattura o neutralizzazione offre, nelle circostanze del momento, un vantaggio militare preciso.
Il contributo all’azione militare è quindi una condizione necessaria, ma non esaurisce il criterio.
Anche quando un satellite soddisfa tale definizione, l’attacco non diventa automaticamente lecito.
Restano applicabili gli obblighi di proporzionalità e precauzione, considerando i danni civili prevedibili e gli effetti sui servizi dipendenti dall’infrastruttura. L’impiego dual-use rende particolarmente importante questa valutazione.
La qualificazione del satellite come obiettivo militare deve inoltre essere distinta dallo status dello Stato cui è collegato.
La responsabilità prevista dall’articolo VI dell’Outer Space Treaty non annulla automaticamente il diritto di neutralità né rende ogni servizio commerciale un atto di belligeranza.
Non esiste un automatismo tra fornitura privata di capacità spaziali e diritto dell’avversario di ricorrere alla forza contro lo Stato competente.
Verso una nuova governance dell’orbita
La conclusione di nuovi accordi multilaterali vincolanti sulla sicurezza spaziale incontra forti ostacoli politici. Questo stallo non priva però di validità i trattati esistenti né rende irrilevante il diritto internazionale applicabile.
Il progetto PPWT (Treaty on Prevention of the Placement of Weapons in Outer Space and of the Threat or Use of Force against Outer Space Objects), presentato da Russia e Cina alla Conferenza sul disarmo nel 2008 e aggiornato nel 2014, esemplifica le divergenze sull’ambito dei divieti e sui meccanismi di verifica.
La proposta mira a vietare il collocamento di armi nello spazio e la minaccia o l’uso della forza contro oggetti spaziali.
Il testo del 2014 riconosce la necessità della verifica, ma ne rinvia la disciplina a un possibile protocollo aggiuntivo.
Gli Stati Uniti hanno contestato l’assenza di un regime di verifica integrato e vincolante e la mancata copertura dello sviluppo e dell’accumulo delle capacità antisatellite basate a terra.
Una diversa impostazione è emersa con la risoluzione 77/41 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, adottata il 7 dicembre 2022 con 155 voti favorevoli, 9 contrari e 9 astensioni.
La risoluzione invita gli Stati a impegnarsi a non condurre test distruttivi di missili antisatellite ad ascesa diretta.
Russia e Cina votarono contro.
L’iniziativa non costituisce un divieto generale delle capacità antisatellite: concentra l’attenzione su una condotta specifica e sui detriti che essa genera.
Il confronto non oppone semplicemente sostenitori e avversari della regolazione.
Rivela una competizione sulla selezione delle minacce e sull’ordine delle priorità: limitare il collocamento di armi in orbita oppure intervenire anzitutto su test distruttivi definiti e osservabili.
Scegliere che cosa disciplinare per primo significa anche stabilire quali capacità rimangano fuori dal perimetro dell’iniziativa e quali comportamenti siano esposti alla pressione diplomatica.
Accanto ai trattati esistenti, assumono crescente rilievo strumenti non vincolanti e iniziative volte a chiarire l’applicazione delle norme.
Le 21 linee guida per la sostenibilità a lungo termine delle attività spaziali adottate nel 2019 dal Comitato per l’Uso Pacifico dello Spazio Extra-atmosferico (COPUOS) delle Nazioni Unite e i lavori del gruppo di lavoro ONU (OEWG) sui comportamenti responsabili tentano di definire standard condivisi.
La loro attuazione dipende dall’adesione degli Stati, ma ciò non elimina gli obblighi giuridici già applicabili alle attività spaziali. Parallelamente, la dottrina strategica e accademica ha prodotto i manuali Woomera e MILAMOS, nel tentativo di chiarire l’applicazione del diritto consuetudinario e umanitario alle operazioni militari nello spazio.
I manuali non creano, di per sé, nuove norme vincolanti; possono tuttavia chiarire obblighi che derivano da trattati e diritto consuetudinario.
Le alleanze militari e le istituzioni europee affiancano alla discussione normativa iniziative di rafforzamento delle capacità.
Il programma NATO APSS, Alliance Persistent Surveillance from Space, è descritto dall’Alleanza come il maggiore investimento multinazionale in capacità spaziali della propria storia e mira a valorizzare assetti nazionali e commerciali per migliorare la sorveglianza.
Queste iniziative non rispondono a un’assenza totale di regole, ma alla necessità di operare in un ambiente più conteso e dipendente da infrastrutture interconnesse.
La sicurezza spaziale deve quindi tenere insieme disponibilità dei servizi, resilienza, interoperabilità e sostenibilità dell’ambiente orbitale.
Chi controlla l’accesso controlla le opzioni
La competizione spaziale non si svolge in un vuoto normativo, ma in un sistema nel quale obblighi esistenti, difficoltà di attribuzione e capacità tecnologiche evolvono a velocità diverse.
Il diritto continua a delimitare le condotte, mentre l’incertezza sulla sua applicazione può essere sfruttata per esercitare pressione, ritardare decisioni e contestare la legittimità delle azioni avversarie.
La competizione riguarda anche la definizione delle priorità normative: quali minacce rendere centrali, quali condotte limitare e quali capacità lasciare fuori dal perimetro degli accordi.
Il potere si concentra sempre più nel controllo dei servizi, dei dati e delle infrastrutture che collegano l’orbita alle operazioni terrestri.
La questione strategica non è soltanto chi possieda i satelliti, ma chi possa garantirne l’impiego, limitarne l’accesso e sostituirne le capacità durante una crisi.
È nella distanza tra dipendenza operativa e controllo effettivo che la metafora dei “feudi orbitali” acquista significato.
Per gli Stati, la risposta non può limitarsi alla proprietà degli assetti: deve comprendere condizioni d’accesso, continuità del servizio, alternative disponibili e responsabilità chiaramente definite.
La sovranità si misura anche nella capacità di conservare opzioni quando un’infrastruttura critica viene negata.





















