Una cybersecurity a costo zero

Il titolo di questo articolo è ovviamente una provocazione, ma a volte le provocazioni servono per porre l’attenzione su temi strategici e che meritano una riflessione profonda a livello strutturale.

Sommario

Quanto la cybersecurity oggi è davvero strategica nel nostro Paese? Me lo chiedo, leggendo quanto ha dichiarato recentemente, Andrea Quacivi, a poche settimane dal suo insediamento come direttore generale dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale

“I decreti legislativi sono a saldo zero di bilancio. I miei predecessori hanno ritenuto di non dover prevedere nessun intervento, nessuno stanziamento aggiuntivo”.

Così si è espresso Quacivi, durante un’audizione svoltasi qualche giorno fa in Commissione ambiente al Senato sullo schema di decreto legislativo che definisce la governance nazionale dell’intelligenza artificiale.

Il nodo delle risorse: la “clausola di invarianza finanziaria”

In parole povere, all’Agenzia sembrerebbe che non siano state assegnate nuove e specifiche risorse per affrontare le responsabilità derivanti dal nuovo assetto normativo.

Del resto, siamo abituati a leggi che promettono rivoluzioni digitali, ma contengono inesorabilmente, alla fine, la fatidica clausola di invarianza finanziaria.

Cioè, l’attuazione delle norme in settori (a parole) di grande rilevanza per lo Stato non deve comportare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica.

Più o meno una missione impossibile.

Le sfide dell’ACN tra potenziamento e frammentazione burocratica

È vero anche che il direttore Quacivi ha chiarito che si sta comunque integrando l’organico in maniera importante, ma qui stiamo parlando di una struttura strategica che dovrebbe vigilare sulla tenuta informatica del Sistema Paese.

E non solo, perché insieme ad AgID (Agenzia per l’Italia Digitale) assicura la governance sull’IA, coordinandosi con il Garante per la protezione dei dati personali e le altre Autorità preposte.

La cybersecurity merita investimenti reali

Resto dell’avviso che questa parcellizzazione di ruoli e funzioni in attività strategiche per il futuro digitale del Paese sia sbagliata.

Ma deriva dall’assetto europeo e poco può fare l’Italia.

Ci si si adatta, quindi, distribuendo competenze e sovrapponendo funzioni in un ginepraio burocratico-informatico sul quale si ironizza spesso in contesti extra SEE.

E qui, francamente, c’è poco da sorridere.

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