Come ogni mattina sfoglio la mia rassegna stampa di news su politica, economia e diritti digitali.
Come sempre salto del tutto il dibattito (noiosissimo) sulle intelligenze artificiali, (la loro neutralità o pericolosità o miracolosità) che invade ancora l’80% delle notizie in materia di innovazione digitale in Italia.
Su Il Sole 24 ORE mi è comunque capitato di leggere due articoli interessanti: uno di Luca Tremolada sulle competenze utili per lavorare con l’IA e un altro di Claudia La Via che si è interrogata sull’utilità dei divieti per i minori che sono sovrastati dai social.
Articoli apparentemente distanti tra loro, ma che invece approcciano correttamente il problema senza – come al solito – affrontarlo senza un necessario sguardo umanistico.
La tecnologia che chiamiamo impropriamente “intelligenza artificiale” (e che nutre ormai anche gli algoritmi social di profilazione e predittivi) non è neutrale semplicemente perché noi non lo siamo.
La tecnologia resta una nostra (più o meno) perversa proiezione e, se la umanizziamo troppo per scarsa conoscenza dei suoi “ingranaggi“, ci allontaniamo dal problema reale che è costituito da:
– chi la controlla
– chi la usa
– chi la regolamenta a livello normativo e contrattuale.
Il problema non è tecnologico.
La tecnologia si evolve ed è normalissimo usarla, peraltro è tecnologia accondiscendente e che sa affabulare perché noi sappiamo farlo e, nutrendosi di noi, ci riesce benissimo.
Il problema è, quindi, prima di tutto culturale ed educativo.
Vanno sviluppati piani educativi interdisciplinari di costruzione di competenze diffuse, a livello orizzontale (minori, genitori, cittadini) e trasversale (manager, giuristi, ingegneri, etc.).
Pensare che si possa gestire l’innovazione digitale attraverso divieti (aggirabili) per minori e magari ipotizzando sanzioni per i genitori disattenti è illusorio e forse anche (almeno un po’) tristemente comico.
E anche le sanzioni verso i “padroni del web” servono a poco, se poi si rivelano difficilmente applicabili nella pratica.
E qui la Cultura giuridica può fare tanto, invece, ridisegnando assetti costituzionali che ci riguardano a livello internazionale.
E occorre ovviamente andare molto oltre il timido (e già allora inutile) diritto universale di accesso a Internet suggerito dal pur ottimo e indimenticato Stefano Rodotà una decina di anni fa.
I padroni del web oggi gestiscono poteri pubblici assegnando identità, costruendo ordinamenti, pianificando esistenze. Occorre intervenire senza se e senza ma attraverso un nuovo assetto costituzionale internazionale su di loro, da intendersi come operatori di servizi essenziali digitali perché per ciò che fanno di certo non possono più essere considerati semplici “player privati“.
Quindi, o restiamo a rinsecchire in un feudalesimo digitale (dove oggi siamo), oppure ridisegniamo le nostre democrazie partendo dai nostri diritti e libertà fondamentali che vanno considerati inalienabili anche nel web e social web.
Semplice?
No, per nulla!
Ma l’unica strada percorribile è questa.
Il resto sono barzellette.
Purtroppo.




















