“Parla ChatGPT”, leggo nel titolo di un articolo.
No. Non parla ChatGPT.
Parlano milioni di contenuti umani rielaborati statisticamente da un sistema che non possiede coscienza, volontà o responsabilità.
Intervistare ChatGPT o Copilot è un po’ come intervistare uno specchio e poi attribuire allo specchio il merito (o la colpa) di ciò che riflette.
Continuiamo ad antropomorfizzare sistemi che non pensano, non credono, non decidono e non hanno opinioni. Rielaborano dati, linguaggi, correlazioni e soprattutto enormi quantità di contenuti prodotti da noi esseri umani.
Attribuire personalità all’IA generativa è un errore culturale prima ancora che tecnologico.
Il paradosso è che, mentre attribuiamo un’identità all’algoritmo, perdiamo di vista le identità, le responsabilità e gli interessi umani che stanno dietro ai dati, ai modelli e alle loro modalità di addestramento.
Forse sarebbe il caso di smettere di chiedere all’IA cosa pensa e iniziare a chiederci finalmente chi l’ha progettata, con quali dati e per quali finalità.
Ne guadagnerebbero il dibattito pubblico. E anche il diritto.
Perché quando sbagliamo soggetto finiamo inevitabilmente per sbagliare anche destinatario delle responsabilità.
Un rischio che il diritto non dovrebbe mai permettersi.




















