Dietro la normalità digitale possono celarsi abissi che lo schermo non è in grado di catturare.
Siamo ormai abituati a trasformarci in investigatori digitali ogni volta che un fatto di cronaca nera o un evento eclatante colpisce l’opinione pubblica. La prima mossa è quasi sempre la stessa, ovvero scorrere i profili social del protagonista a caccia di indizi che ne spieghino la personalità o il movente. Tuttavia, basare un giudizio psicologico o giuridico esclusivamente sulla bacheca di un individuo è un errore metodologico che rischia di portarci lontano dalla realtà dei fatti.
- I social network non sono specchi ma vetrine curate dove l’utente mette in scena una versione idealizzata di se stesso. Postare citazioni profonde, foto felici o contenuti aggressivi può essere un meccanismo di compensazione o una maschera sociale che non riflette affatto il reale equilibrio psichico del soggetto nella vita offline.
- In sede giudiziaria un post o un commento devono essere sempre contestualizzati. Senza un’analisi che tenga conto del tono, dell’ironia o del momento specifico in cui sono stati pubblicati, i contenuti social rischiano di essere interpretati in modo distorto portando a conclusioni investigative errate o a processi mediatici sommari.
- Soprattutto in soggetti con personalità disturbate o manipolatorie il profilo social può essere utilizzato come uno strumento deliberato per costruire un alibi morale o una reputazione rassicurante. Dietro la normalità digitale possono celarsi abissi che lo schermo non è in grado di catturare.
- Spesso ciò che leggiamo è frutto di un’interazione con l’algoritmo che spinge l’utente a estremizzare certe posizioni per ottenere visibilità. Confondere un comportamento digitale reattivo con una patologia clinica o un’indole criminale è un passaggio pericoloso che ignora la complessità della natura umana.






















