Le auto smart e i rischi per i nostri dati personali: come le vetture ci spiano

SMART CAR PERSONAL DATA

I nuovi modelli di auto sono dotati di tecnologie che raccolgono una grande quantità di dati personali, registrando le nostre abitudini di guida e non solo. Quali sono i rischi di questa condivisione, che spesso avviene a nostra insaputa?

Sommario

Lo sviluppo tecnologico delle auto apre a nuove opportunità ma di pari passo anche a nuovi rischi.

Il fatto di guidare un mezzo che non si limita a portarti dal punto A al punto B, climatizzare l’ambiente e farti sentire al massimo un po’ di musica, ma che presenta un nugolo di funzioni tipo smartphone impone agli automobilisti di essere più coscienti riguardo il proprio veicolo.

Soprattutto con l’avvento delle vetture connesse e di tutte le tecnologie smart di cui sono dotati i nuovi modelli, come l’intelligenza artificiale a bordo.

Le auto smart raccolgono una notevole quantità di dati, anche sensibili

Oggi i veicoli presentano sistemi di assistenza alla guida, sensori GPS, connettività avanzata con la quale comunicano da remoto con i centri telematici.

Condividendo svariati dati che riguardano la nostra esperienza di guida ma non solo.

Dai nostri gusti dedotti dalla nostra playlist ai chilometri percorsi, sino allo stile di guida o le nostre telefonate all’ascolto, i nuovi veicoli accedono ad una notevole mole di dati, alcuni di essi anche sensibili, oltre ad aggiornare in modalità over the air i sistemi in totale autonomia.

Informazioni che vengono trasmesse alle case automobilistiche, come sorta di feedback per analizzare l’uso delle loro vetture e contribuire allo sviluppo di nuove funzioni o per il miglioramento delle prestazioni.

Ma anche alle compagnie assicurative, con dati utili nel personalizzare polizza e premi dell’utente (che deve comunque dare il consenso alla trasmissione) e per alimentare modelli predittivi per capire le probabilità di incidente, ai centri di assistenza o a società terze per fini commerciali.

Sino però ai rischi di hacker che possono sfruttare le falle dei sistemi connessi per violarli o rubare dati personali.

La ricerca che svela l’imponente raccolta dei dati a fronte di una scarsa trasparenza

Esattamente come i citati smartphone, che condividono parecchie informazioni con terzi senza che spesso ce ne accorgiamo. Secondo un’analisi del 2023 di Kaspersky, citando a sua volta una ricerca della Mozilla Foundation, le automobili raccolgono una mole di dati decisamente superiore a smartwatch o telecamere di sorveglianza.

E i 25 marchi automobilistici oggetto dello studio hanno dato prova di scarsa trasparenza nella raccolta e gestione di questi dati.

Non si sa bene per quali scopi possano essere effettivamente usati, né sulle modalità e tempi di archiviazione.

Nello specifico, ben l’84% dei marchi automobilistici effettua la condivisione dei dati oppure li vende a terze parti.

E il 92% delle case non fornisce garanzie agli utenti sulla loro raccolta e utilizzo.

La cosa che dovrebbe farci riflettere è che nell’acquisto di un auto bisogna sottoscrivere anche degli accordi di licenza, che in realtà quasi nessuno di noi legge per intero.

Anche perché scoprirebbe nel fitto di quelle scartoffie degli aspetti abbastanza controversi.

Kaspersky riporta ad esempio che Nissan richiede il consenso del proprietario del veicolo a condividere persino le proprie informazioni genetiche e di natura sessuale.

Oppure Hyundai può condividere dati su richiesta informale delle forze dell’ordine.

Il caso General Motors

C’è stato poi un caso ancora più eclatante, documentato dal sito Wealty Driver.

Si tratta della funzione Smart Driver di General Motors, che sui suoi veicoli dal 2021 raccoglieva dati sugli stili e comportamenti di guida anche con una certa frequenza.

Informazioni poi vendute a LexisNexis e Verisk Analytics che li giravano poi a loro volta alle compagnie assicurative.

Che potevano sfruttare i dati per ritoccare le polizze: bastava infatti basarsi sui comportanti dell’automobilista, sulla sua condotta di guida e le abitudini per ricavare informazioni che potevano essere sfruttate per aumentare i premi.

Dopo che il programma Smart Driver era stato interrotto nel 2024 a seguito di un’inchiesta del New York Times, la Federal Trade Commission agì contro GM e la sussidiaria OnStar emettendo un’ordinanza lo scorso gennaio che impose a General Motors il divieto di condividere dati sugli stili di guida e di geolocalizzazione con società terze per cinque anni.

Tutti i dati precedentemente raccolti, inoltre, devono essere cancellati e per la raccolta dei prossimi serve il consenso esplicito dell’automobilista.

Quello di GM è un caso emblematico di come la tecnologia che pervade i nuovi modelli, pregni di sensori, collegamenti Bluetooth e Wi-Fi, GPS e pure microfoni che registrano la qualunque – dal motore ai comportamenti di guida – può essere un’arma a doppio taglio.

Oltre in alcuni casi essere ritenuta ridondante secondo gli stessi automobilisti.

I rischi di furti malevoli di dati

Tuttavia le case automobilistiche difficilmente farebbero a meno di questo modus operandi.

Questo perché nel mondo contemporaneo le informazioni sono una ricchezza, e i dati raccolti possono essere venduti come abbiamo visto a società terze come compagnie assicurative o marketing.

Nulla di illegale ovviamente, ma come abbiamo visto il diavolo si nasconde nei dettagli e nelle pieghe dei contratti che sottoscriviamo.

Inoltre i dati raccolti possono essere a rischio di furti da parte di attori malevoli.

Nel 2019 dei cybercriminali mise a segno un colpo del genere ai danni di Toyota e soprattutto dei suoi utenti in Giappone, sottraendo a 3 milioni di loro i propri dati e rendendoli pubblici (anche se non furono violate le informazioni sulle date di credito).
Nel 2021 venne alla luce un altro importante data breach, in questo caso legato ai marchi europei Audi e Volkswagen. Parliamo di 3,3 milioni di dati relativi al periodo 2014-2019 violati negli Stati Uniti e in Canada.

E in questo caso sono state divulgate informazioni sensibili per 90.000 automobilisti americani riguardanti il numero di previdenza sociale o i dati della patente.

Ma tornare indietro a tecnologie più basilari è difficile

Il punto è che l’industria può recedere da alcuni aspetti hardware che fanno storcere il naso agli utenti, come i touchscreen reintegrando i pulsanti sul cruscotto.

Ma fare marcia indietro sui sensori e sulle tecnologie smart sembra molto più difficile e non all’ordine del giorno.

Un po’ come i nuovi televisori, che raccolgono anch’essi non poche informazioni personali a fini di sviluppo ma anche commerciali.

Le aziende basano il loro business anche sui dati, e tutelarsi non è facile con un quadro normativo che in Europa è abbastanza avanzato ma che richiede di essere aggiornato per stare al passo dell’evoluzione tecnologica.

Inoltre alcune funzioni come il GPS, se disattivate, possono creare dei disagi ad esempio con l’assistenza stradale.

La coperta insomma è corta e tirandola da una parte si rischia di rimanere scoperti dall’altra: per il momento, al di là della legislazione a cui possiamo fare affidamento come il GDPR in vigore in Unione Europea dal 2018, non resta che prestare attenzione a ciò che firmiamo nei contratti e cosa effettivamente cediamo dei nostri dati sensibili.

 

 

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