26 dipendenti hanno di recente intentato una causa contro Meta, accendendo i riflettori su una delle frontiere più calde del diritto del lavoro e delle nuove tecnologie.
Il colosso di Mark Zuckerberg è accusato di aver utilizzato sistemi di intelligenza artificiale e tracciamento delle attività per decidere chi tagliare, finendo così per colpire in modo sproporzionato chi si trovava in congedo parentale o di salute.
Nel momento in cui un software valuta il rendimento basandosi sul monitoraggio della digitazione o sull’attività digitale, esclude o penalizza inevitabilmente chi si assenta per motivi tutelati dalla legge.
Ciò fa si che la tanto sbandierata neutralità matematica dell’algoritmo finisce con determinare una discriminazione automatizzata e, quindi, illegale.
Meta si difende affermando che le decisioni finali sono prese da persone e non dalle macchine.
Ciò posto, se un manager prende una decisione di licenziamento basandosi su una classifica distorta generata da un software non trasparente, la responsabilità giuridica non svanisce affatto.
Il datore di lavoro non può nascondersi dietro lo schermo.
Il regolamento europeo, le leggi, ed ancor prima il buon senso, ci dicono che la tecnologia deve rimanere uno strumento di supporto, altrimenti il rischio concreto è quello di vedere cancellati decenni di diritti sindacali e tutele costituzionali con un semplice aggiornamento di sistema.






















