Una complessa rete di dossieraggio e infiltrazione emerge grazie all’arresto di due persone nella Capitale, tra cui un ex appartenente ai servizi di informazione italiani e un presunto agente dell’intelligence russa.
Si tratta di un indagine che vede coinvolti altri 5 indagati e che dimostra come la sicurezza nazionale non si difende più solo ai confini fisici dello Stato, ma tra i nodi delle banche dati istituzionali.
Il fulcro dell’indagine è la contestazione del reato di accesso abusivo a sistema informatico o telematico.
Posto, infatti, che i dati digitali sovente nascondono segreti di Stato, chE possiede le credenziali legittime ma le utilizza per scopi estranei alle proprie mansioni d’ufficio, o per consultare archivi riservati a beneficio di terzi, viola il perimetro di fiducia del sistema.
Come noto, infatti, la giurisprudenza è ormai granitica nel considerare abusivo anche l’accesso effettuato da un utente autorizzato che agisca per finalità illecite, trasformando la tastiera del computer nella principale arma di spionaggio.
L’inchiesta mette in luce, tra l’altro, la complessità delle indagini tecnologiche e delle perquisizioni informatiche, posto che per cristallizzare la prova digitale gli inquirenti del Ros hanno dovuto operare nel pieno rispetto della catena di custodia dei dati, isolando dispositivi e supporti per evitare alterazioni.
Davanti a un agente straniero coperto da immunità diplomatica, la capacità dello Stato di perseguire i complici interni dipende anche, e soprattutto, dall’inattaccabilità forense delle tracce digitali lasciate nei sistemi violati.





















