IA, Cina e sovranità europea: dialogare non significa inginocchiarsi

Sommario

La vera questione per l’Europa oggi non è scegliere tra Washington e Pechino, ma comprendere se si vuole finalmente costruire una propria sovranità tecnologica, culturale e industriale sull’intelligenza artificiale.

C’è una frase da cui, a mio avviso, bisognerebbe partire ogni volta che si discute di intelligenza artificiale, di geopolitica e di sovranità tecnologica: un Paese realmente sovrano è quello che dialoga con Washington, Bruxelles, Pechino, Tokyo e Seul senza dover chiedere il permesso a nessuno.

È una premessa semplice, ma oggi sembra quasi destabilizzante.

Perché nel dibattito pubblico europeo – e italiano in particolare – ogni apertura verso la Cina viene spesso letta come un ambiguo cedimento o un’incoerenza atlantica.

Come se conoscere ciò che accade a Pechino o a Shanghai possa significare automaticamente aderire alla visione cinese del mondo.

Come se partecipare a una conferenza internazionale possa equivalere a firmare un trattato di subordinazione.

Non è così. O almeno non dovrebbe esserlo in un Paese adulto e indipendente, come l’Italia dovrebbe davvero aspirare a essere.

In questi giorni si è discusso molto del WAIC 2026 di Shanghai, la World Artificial Intelligence Conference, che si sta svolgendo nell’arco di quattro giorni (dal 17 luglio 2026 al 20 luglio 2026) e riunisce oltre 1.000 espositori, tra aziende tecnologiche cinesi, rappresentanti istituzionali e ricercatori.

Luigi Gambardella, componente del Comitato scientifico del Digeat Festival e presente a Pechino tra gli speaker dell’importante evento,  in una sua interessante analisi, ha raccontato il cosiddetto “momento Kimi”: non solo la capacità della Cina di competere sui modelli di intelligenza artificiale, ma soprattutto il tentativo di spostare il terreno della competizione verso costi, accessibilità e diffusione industriale dell’intelligenza artificiale.

È una chiave di lettura importante, perché forse la prossima fase della competizione globale sull’IA non sarà dominata soltanto da chi costruirà il modello più potente, ma da chi riuscirà a rendere l’intelligenza artificiale abbastanza economica, affidabile e accessibile da trasformarla in infrastruttura ordinaria dell’economia.

E tutto questo riguarda direttamente l’Europa.

La sovranità non nasce dall’isolamento

L’Europa sta cercando, lentamente e faticosamente, di costruire una propria strategia sull’intelligenza artificiale. Lo sta facendo sul piano strettamente normativo, con l’AI Act.

E lo sta facendo anche sul piano culturale ed etico, insistendo su diritti fondamentali, trasparenza, responsabilità, sicurezza, affidabilità.

Infine, lo sta facendo anche sul piano valoriale, provando a distinguersi tanto dal capitalismo digitale estrattivo quanto dal controllo tecnologico di matrice statale.

Ma una cosa dovrebbe essere ormai evidente: la battaglia strategica sui dati non può prescindere da infrastrutture e tecnologie a disposizione.

Non basta scrivere buone regole se poi le infrastrutture sono altrove.

Non basta invocare la sovranità digitale se il cloud è in larga parte extra SEE e se i modelli di IA più utilizzati sono sviluppati fuori dall’Europa, quindi, se la capacità computazionale dipende da filiere e architetture che non controlliamo.

La sovranità normativa senza sovranità tecnologica rischia di diventare una forma sofisticata di impotenza.

Per questo guardare soltanto agli Stati Uniti rischia di significare per i Paesi UE continuare a comportarsi da vassalli tecnologici.

E guardare anche verso la Cina in modo maturo e disincantato non è una deviazione strategica. È oggi un dovere.

Per questo trovo molto discutibile l’impostazione contenuta in un articolo pubblicato da Formiche, nel quale la partecipazione del direttore generale di AgID, Mario Nobile, al WAIC viene letta come una contraddizione strategica tale da giustificare addirittura una richiesta di dimissioni.

L’articolo sostiene che “non esiste una terza via” nella competizione tra Stati Uniti e Cina sull’intelligenza artificiale e che la presenza italiana a Shanghai sarebbe incompatibile con l’allineamento occidentale.

È una posizione a mio avviso profondamente riduttiva e miope.

Prima di tutto, partecipare a una conferenza internazionale non significa aderire alla visione politica del Paese che la ospita. Significa osservare e comprendere cosa sta accadendo lontano da noi in un mondo ormai profondamente intrecciato digitalmente.

Inoltre, se un rappresentante pubblico italiano non potesse recarsi a una delle principali conferenze mondiali sull’intelligenza artificiale perché organizzata in Cina, allora il problema non sarebbe la Cina. Sarebbe la nostra mancanza di autonomia.

Naturalmente, nessuno può permettersi ingenuità. La Cina ha una propria strategia tecnologica, industriale e geopolitica.

Usa gli eventi internazionali anche per proiettare una propria visione della governance dell’IA.

Promuove un modello nel quale innovazione, controllo statale, sviluppo industriale e potere politico sono strettamente intrecciati.

Ma proprio per questo bisogna esserci a questi appuntamenti. Non per adattarsi completamente a quel modello, ma per restare – se possibile – autonomi.

L’intelligenza artificiale come bene pubblico globale

C’è poi un punto ancora più importante.

L’intelligenza artificiale può, anzi dovrebbe, diventare un bene pubblico globale. Non nel senso ingenuo di una tecnologia neutrale e “pacificata”, ma nel senso esigente di una infrastruttura essenziale per lo sviluppo umano, economico, scientifico e sociale.

In questa direzione si colloca anche la riflessione di Leone XIV nella sua enciclica Magnifica Humanitas, dedicata alla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale.

Il punto centrale nel pensiero di Leone XIV è chiaro: l’IA deve servire l’umanità, non il potere di pochi; deve essere liberata dalle logiche di dominio, esclusione e morte; deve essere, quindi, ricondotta al bene comune.

Ma perché l’intelligenza artificiale possa davvero avvicinarsi a questa prospettiva, deve aspirare a essere almeno tre cose: accessibile, affidabile e verificabile.

  • Accessibile, perché una tecnologia di questa portata, a maggior ragione se generativa e agentica, non può restare concentrata nelle mani di pochi soggetti industriali o geopolitici;
  • Affidabile, perché non è sufficiente che un sistema produca risultati impressionanti: occorre sapere quando sbaglia, perché sbaglia e con quali conseguenze;
  • Verificabile, perché senza trasparenza, auditabilità, test comparabili e chiare responsabilità non esiste fiducia pubblica, ma solo dipendenza tecnica.

Né modello proprietario USA, né modello statale cinese

La strada proprietaria statunitense appare, sotto molti profili, lontana da questa visione.

È una strada potente, innovativa, capace di produrre modelli straordinari, ma spesso fondata sulla concentrazione oligopolistica di infrastrutture, dati, cloud, capitale computazionale e capacità industriale.

È un modello che tende a presentarsi come “libero mercato”, ma che di fatto produce nuove forme di dipendenza.

La strada cinese, invece, sembra muoversi lungo una direttrice diversa: maggiore integrazione tra Stato, industria, ricerca, infrastrutture e strategia geopolitica.

È una via che può produrre efficienza, scala e abbattimento dei costi, ma che porta con sé interrogativi enormi sul controllo, sulla libertà, sulle tutele di diritti fondamentali, sulla reciprocità, sulla protezione dei dati e sulla verificabilità effettiva dei sistemi.

Entrambe le strade vanno studiate per essere comprese nei loro dettagli. Ma nessuna delle due va assunta come destino inevitabile dell’Europa.

Il punto non è scegliere un nuovo padrone tecnologico. Il punto è capire come costruire una postura europea autonoma, capace di dialogare con tutti senza dissolversi in nessuno.

Forse l’Unione europea è troppo indietro per costruire, almeno nel breve periodo, una vera “terza via tecnologica” pienamente autonoma. Sarebbe stupido negarlo.

Sul cloud, sui semiconduttori, sui grandi modelli, sulle infrastrutture computazionali e sulla capacità di scala, il ritardo europeo è evidente. Ma questo non significa che l’Europa sia condannata all’irrilevanza.

Potrebbe esserci, oggi, una terza via fondata e sviluppata su evoluzione culturale, giuridica e strategica europea.

Una via che superi l’attuale stratificazione burocratico-normativa e sappia unire infrastrutture, cloud, dati, IA, ricerca, industria, pubblica amministrazione, diritti fondamentali e capacità geopolitica.

Questa è la vera sfida che ci riguarda tutte e tutti. Perché se l’Europa continuerà soltanto a regolare tecnologie progettate altrove, potrà forse mitigarne alcuni rischi, ma non avrà alcun effettivo controllo sull’infrastruttura dell’intelligenza artificiale. Se invece saprà trasformare la propria cultura giuridica in strategia industriale, allora potrà ancora giocare un ruolo originale da protagonista del mercato digitale.

Ne parleremo durante Digeat Festival dal 5 all’8 novembre 2026.

 

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