La truffa delle finte prenotazioni online: quando la vera emergenza è la cultura digitale
Stiamo leggendo in questi giorni di turisti che vengono truffati on line, di strutture violate nelle loro pagine ospitate su importanti piattaforme…e di gestori di tali servizi on line che sono piuttosto sonnecchianti.
Ovviamente i criminali informatici ringraziano.
Ha fatto notizia, infatti, il caso del Castello di Selvole, nel Senese: un account su Booking.com compromesso, centinaia di turisti indotti a prenotare e pagare un appartamento fantasma e i gestori della struttura costretti a subire danni economici e reputazionali enormi.
Come se non bastasse, si sono visti persino richiedere commissioni relative a prenotazioni fraudolente.
Ma non si tratta di un episodio isolato.
Solo pochi giorni fa a Cesenatico decine di famiglie hanno scoperto che il residence prenotato semplicemente non esisteva: caparre versate, vacanze rovinate e nessun alloggio all’arrivo.
Temo che quanto stiamo leggendo in questi giorni sia solo la punta dell’iceberg e questi siano soltanto i casi emersi.
Quanti altri episodi analoghi restano sommersi?
Il vero problema è che la cultura della data protection, della cybersecurity e della tutela dei diritti digitali continua a essere drammaticamente insufficiente.
E non riguarda soltanto i cittadini. Troppo spesso coinvolge anche operatori economici, professionisti e persino giuristi.
I tre anelli deboli della catena digitale
I cittadini cadono nella trappola perché attratti da offerte apparentemente vantaggiose, senza possedere gli strumenti culturali minimi per cogliere i segnali di allarme.
Le strutture ricettive affidano interi processi di business a piattaforme digitali senza adottare adeguati presidi organizzativi, giuridici e di sicurezza.
Le piattaforme, dal canto loro, conoscono perfettamente il problema.
La beffa per le vittime e l’inefficacia delle tutele
Eppure reagiscono spesso con procedure automatizzate, tempi incompatibili con la gravità degli eventi e livelli di assistenza che lasciano utenti e imprese soli davanti al danno.
Del resto, nel loro bilanciamento dei rischi, gli investimenti in presidi realmente efficaci e in assistenza tempestiva non possono rappresentare una reale priorità.
Così i criminali informatici sguazzano nell’ignoranza altrui.
E per le vittime arriva spesso anche la beffa: non soltanto subiscono la violazione, ma devono affrontare procedure interminabili per ottenere ascolto, minime tutele e, nei casi peggiori, persino contestare richieste economiche provenienti dagli stessi soggetti che avrebbero dovuto garantire affidabilità e sicurezza.
Verso un’emergenza insostenibile nell’era dell’Intelligenza Artificiale
Il problema è che contro le Big Tech gli strumenti di tutela restano spesso spuntati: azioni giudiziarie costose, tempi lunghi e risultati piuttosto incerti.
Le sanzioni delle Autorità, quando arrivano, sono frequentemente tardive, modeste rispetto alla dimensione degli operatori coinvolti o destinate a interminabili contenziosi.
Nel frattempo il costo sociale ed economico dell’ignoranza digitale continua ad aumentare. E nell’era dell’intelligenza artificiale rischia di diventare semplicemente insostenibile.
La vera emergenza non è tecnologica. È culturale. Finché non comprenderemo questo, continueremo a inseguire le conseguenze senza mai affrontarne le cause.






















