Un errore social o una spia di un problema strutturale?
C’è un episodio che, a prima vista, potrebbe sembrare soltanto una figuraccia social.
Una di quelle immagini sbagliate che circolano per qualche ora, producono indignazione, ironia, screenshot da condividere sui social con commenti indignati e poi scompaiono, travolte dal flusso compulsivo dell’informazione digitale.
In realtà, il caso dell’emblema della Repubblica con la scritta “REPUBBLICA FEALIANA” al posto di “REPUBBLICA ITALIANA” merita una riflessione più seria e profonda.
Secondo la ricostruzione pubblicata da Open, l’immagine sarebbe stata diffusa l’8 agosto 2026 sui canali del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale a corredo di un comunicato relativo all’assistenza consolare per i cittadini italiani in Spagna, per poi essere corretta o rimossa dopo le segnalazioni online.
Ma il punto non è soltanto che una scritta prodotta con intelligenza artificiale generativa sia stata sbagliata, perché non stiamo parlando di una grafica qualsiasi.
Il valore dei simboli di Stato nella comunicazione ufficiale
L’emblema della Repubblica Italiana ha infatti una precisa descrizione ufficiale.
Il Dipartimento per il Cerimoniale dello Stato ricorda che esso è composto da una stella a cinque raggi di bianco bordata di rosso, accollata agli assi di una ruota di acciaio dentata, tra due rami di olivo e di quercia, legati da un nastro rosso con la scritta in bianco, in carattere capitale, «Repubblica italiana».
Il Quirinale, nella pagina dedicata ai simboli della Repubblica, richiama inoltre gli elementi fondamentali dell’emblema: la stella, la ruota dentata e i rami di ulivo e di quercia, attribuendo a ciascuno un preciso significato civile, costituzionale e identitario.
Non è dunque un fregio ornamentale, un elemento di impaginazione o uno stucchevole decoro da social media manager.
Ci stiamo riferendo, infatti, a un simbolo dello Stato.
E i simboli dello Stato, soprattutto quando appaiono in comunicazioni ufficiali, svolgono una funzione che, almeno sul piano comunicativo e documentale, può essere assimilata a quella dei sigilli.
Essi attestano l’origine istituzionale del contenuto, ne certificano la provenienza e contribuiscono a costruire quella relazione fiduciaria che lega cittadini e istituzioni.
La catena fiduciaria e le responsabilità umane
È per questo che qualsiasi archivista o, ancor di più, diplomatista, comprenderà immediatamente la gravità simbolica di una vicenda del genere.
Perché la forma, nella comunicazione istituzionale, non è mai un elemento accessorio.
È una garanzia di contesto, di provenienza, quindi, di affidabilità.
È parte integrante della catena di fiducia che consente a cittadini, imprese, giornalisti e osservatori internazionali di distinguere un documento autentico da una manipolazione, un comunicato ufficiale da un contenuto contraffatto o una fonte istituzionale da una simulazione più o meno credibile.
La criticità, infatti, non consiste semplicemente nella produzione di un simbolo errato.
Consiste nella sua incorporazione all’interno di una catena documentale ufficiale.
L’immagine contestata, sempre secondo la ricostruzione giornalistica disponibile, sarebbe stata generata con strumenti di intelligenza artificiale e avrebbe riprodotto in modo alterato il testo presente nel nastro dell’emblema, trasformando “Repubblica italiana” in “Repubblica Fealiana”.
Si tratta effettivamente di un errore tipico dei sistemi generativi, capaci di produrre immagini plausibili, spesso gradevoli, talvolta impressionanti, ma non necessariamente corrette.
L’IA non “sa” che cosa sia l’emblema della Repubblica.
Non ne comprende il valore giuridico, storico o simbolico. Restituisce così una forma verosimile, non un segno autentico.
Il problema, quindi, non è che l’intelligenza artificiale abbia “allucinato”.
Il problema è che l’essere umano non se ne sia accorto.
Qualcuno ha generato o selezionato quell’immagine.
Qualcun altro l’ha inserita in un flusso di comunicazione.
Qualcun altro ancora l’ha validata per consentirne quindi la pubblicazione. E lungo questa catena fiduciaria, almeno per quanto è possibile osservare dall’esterno, il controllo non ha funzionato.
IA nella Pubblica Amministrazione: policy, controlli e AI Act
Qui emergono le questioni centrali: quali strumenti di IA generativa vengono utilizzati nelle amministrazioni pubbliche? Con quali policy? Con quali restrizioni? Con quali controlli umani?
Con quali procedure di validazione preventiva? Con quale tracciabilità interna? Con quale formazione del personale?
Non sono questioni meramente tecniche.
Trattasi di questioni di amministrazione digitale, di responsabilità organizzativa e di fiducia pubblica.
Peraltro, l’episodio arriva in un momento normativamente delicato.
Dal 2 agosto 2026 risultano applicabili ulteriori obblighi di trasparenza previsti dall’AI Act, in particolare con riferimento all’articolo 50, che riguarda anche la riconoscibilità di determinati contenuti generati o manipolati mediante IA e specifici obblighi informativi in capo ai soggetti coinvolti.
Proprio per questo il tema non può essere archiviato con un semplice: «succede, l’IA sbaglia».
Certo che succede. Ma proprio perché succede occorrono procedure, formazione, responsabilità e controlli.
Oggi abbiamo a che fare con una rappresentazione errata dell’emblema della Repubblica.
Il rischio dell’assuefazione e la difesa della fiducia pubblica
Domani quanto generato da uno strumento di IA, utilizzato senza adeguate misure organizzative e senza efficaci controlli, potrebbe tradursi in una citazione normativa deformata, in una clausola contrattuale riscritta male, in una fotografia istituzionale manipolata o, peggio ancora, in una dichiarazione pubblica resa ambigua da un contenuto sintetico non adeguatamente verificato.
E il rischio che corriamo non è soltanto l’errore in sé. È l’assuefazione all’errore.
Se iniziamo ad accettare che anche i simboli ufficiali possano essere generati in modo approssimativo, corretti frettolosamente dopo le denunce online e poi rimossi come se nulla fosse, allora il problema diventa molto più grave.
Perché in un ecosistema informativo già contaminato da disinformazione, deepfake, contenuti sintetici e manipolazioni sempre più sofisticate, le istituzioni dovrebbero rappresentare il luogo della massima affidabilità e non diventare un laboratorio emblematico dell’approssimazione.
Il cittadino deve poter riconoscere il vero dal falso.
Ma per farlo ha bisogno che (almeno) le istituzioni proteggano i propri segni, i propri documenti e la propria comunicazione. Se anche i simboli ufficiali diventano fluidi, generativi, sostituibili e correggibili a posteriori senza spiegazioni, la fiducia pubblica inevitabilmente si indebolisce.
Ed è proprio qui che emerge il bisogno più urgente.
Verso un’alleanza tra umanisti e scienziati: servono competenze
Non servono soltanto strumenti più potenti, ma servono piuttosto competenze più serie. Non basta usare l’intelligenza artificiale.
Occorre comprenderla, governarla, contestualizzarla e limitarla (quando necessario) e sottoporla a verifica.
Come ho scritto recentemente, oggi vi è un bisogno estremo di esperienza concreta e reale: sia per alfabetizzare, come fece il professor Alberto Manzi ai tempi di un analfabetismo diffuso, sia per divulgare correttamente su IA, web e diritti digitali.
Non c’è alcuna necessità di improvvisare informazione in modo quasi disperato.
Servirebbe, piuttosto, un programma educativo serio, multicanale e interdisciplinare per affrontare con consapevolezza la digitalità.
E non bastano competenze STEM, per quanto fondamentali. Serve un’alleanza strategica tra umanisti e scienziati.
La tecnologia, senza etica, diritto, storia, filosofia, archivistica, diplomatica e cultura istituzionale, rischia di muoversi verso tutte le strade del possibile.
Ma non è detto che tutte le strade del possibile rispettino i nostri diritti, le nostre libertà fondamentali e la nostra dignità di esseri umani.
In fondo, la vicenda della “Repubblica Fealiana” ci consegna una lezione semplice; l’intelligenza artificiale può allucinare.
Ma il problema non è che l’IA abbia inventato la “Repubblica Fealiana”.
Il vero problema è che qualcuno l’abbia lasciata parlare a nome della Repubblica Italiana.
Le allucinazioni artificiali sono, infatti, un difetto noto. Le allucinazioni organizzative, invece, sono molto più pericolose.
Perché non generano soltanto immagini sbagliate. Generano sfiducia.






















