Tra droni, orchestratori, analisi e decisioni il vero punto in comune è il software

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Sommario

Il software nella difesa: da elemento di corollario a pilastro strategico

Inizio questa nuova serie di articoli che vertono di più sull’impatto della tecnologia nel mondo della difesa, ovvero il core della rubrica, ma con l’ambizione di dare un taglio ed una vista su una materia che ancora oggi in Italia, ed in Europa non è sempre vista un pò a corollario, distante, il software.

Anche se oggi strumenti come Claude code (Anthropic) o Codex (OpenAI) hanno reso la scrittura del codice molto più veloce e semplice questo non vuol dire che le fasi di sviluppo come integrazione, installazione e aggiornamento siano meno complesse, anzi inevitabilmente la complessità di creare prodotti software sarà sempre più elevata.

Il Vuoto Contrattuale nei Sistemi Decisionali Autonomi

Dal proliferarsi di guerre ibride, alle guerre sul campo, come Ucraina ed Iran stiamo assistendo ad una compressione dei cicli di disponibilità di tecnologie sia per migliorare la produzione (dalle pianificazioni alla JIT) sia per velocizzare le decisioni tentando di renderle più efficaci, quindi senza una struttura di intelligence, di mappatura, di definizione di priorità ovvero di dati e software anche la deterrenza rischia di essere vanificata.

Questo, non vuol dire che studiare e capire l’antropologia del cambiamento geopolitico che stiamo vivendo sia superfluo, anzi è l’unica chiave ad oggi per comprendere realmente il cambio di paradigma, che chissà come e quando ritroverà il suo equilibrio (almeno per quello che abbiamo vissuto noi europei negli ultimo 80 anni).

L’obiettivo è far capire che i cicli di trasformazione che stiamo osservando vanno molto più veloci e sono molto più decentralizzati rispetto ad un mondo con pianificazione orizzontale.

La trappola dei contratti: chi controlla l’algoritmo decisionale?

Allo stesso modo, grazie all’avvento del cloud e del mobile dall’inizio degli anni 10 di questo secolo l’impatto dell’Information Technology ha cambiato per sempre tutti i settori industriali dall’automotive alla logistica, alla ricerca o settori storici come l’agricoltura e la gestione del territorio.

Con l’avvento dell’AI la portata sarà ancora maggiore e non è detto che aiuterà ad un cambio di paradigma.

Prendete il contratto con cui avete comprato l’ultimo sistema che decide qualcosa al posto vostro.

Può essere il livello che coordina mezzi senza equipaggio, oppure il modello su cui girano gli agenti che smistano pratiche e allarmi.

Cercate la clausola che stabilisce chi ha titolo di aggiornarlo, con quale preavviso, e cosa potete fare se l’aggiornamento non vi va bene.

Nella maggior parte dei contratti che mi è capitato di leggere quella clausola non c’è.

Dal basso al fronte: il successo dei software nati sul campo di battaglia

La sua assenza non viene notata perché l’oggetto acquistato sembrava una piattaforma, e per una piattaforma la domanda giusta è dove sta e quanto costa.

Nel momento in cui quell’oggetto ha cominciato a decidere, la domanda giusta è diventata un’altra, e i contratti non se ne sono accorti.

Questa svista ha smesso di essere teorica. In Ucraina i droni distruggono oltre l’80% dei bersagli nemici: 819.737 colpi video-verificati nel solo 2025, registrati uno a uno da un sistema a punti (Defense News, 28 gen 2026).

Con volumi del genere l’hardware è commodity per definizione, e a decidere gli ingaggi resta il software che coordina la massa.

Il sistema d’arma reale è il software di orchestrazione, quello che fonde i flussi dei sensori, costruisce il quadro operativo, assegna i bersagli e decide quando e cosa colpire lungo l’intera kill chain.

Vale per la difesa, e vale con la stessa struttura per qualunque impresa che stia mettendo agenti a decidere: il punto di controllo segue il software che decide, e il contratto che non lo nomina lo ha già ceduto.

Chi risponde quando a colpire è un software?

La ridefinizione è già in moto per decreto. Il 5 giugno la NSPM-11, il memorandum presidenziale sulla sicurezza nazionale che detta la linea al Pentagono, ha ordinato di aggiornare entro 90 giorni la Direttiva 3000.09 sull’autonomia nei sistemi d’arma, ferma al 2012, e di rivederla ogni anno.

Una dottrina rimasta immobile per 14 anni viene messa su un ciclo di revisione annuale, perché il software non aspetta il tempo dei comitati.

La direttiva definisce autonomo il sistema che, una volta attivato, può «selezionare e ingaggiare bersagli senza ulteriore intervento di un operatore»: una definizione funzionale, non fisica.

Nella pratica la categoria è sempre stata letta attraverso il vettore, cioè il drone, la munizione vagante, l’oggetto che si può indicare.

Un’analisi del Csis firmata da Kateryna Bondar e Matt Mande (10 giu 2026), che considero fra le letture più importanti dell’anno, mostra che la guerra moderna ha superato quella fotografia.

L’autonomia opera su due livelli:

  • quello della piattaforma, il singolo sistema che naviga, riconosce il bersaglio e colpisce
  • quello dell’orchestrazione, il software che coordina centinaia o migliaia di piattaforme lungo la catena.

La proposta degli autori è chirurgica: sistema d’arma autonomo è qualsiasi agente, «incorporato in una munizione o in esecuzione come il software che la comanda», capace di selezionare e ingaggiare senza intervento umano.

Chi lavora sulla conformità civile riconoscerà l’impianto.

La lezione dell’AI Act: certificare le funzioni, non l’infrastruttura

È la stessa logica dell’AI Act sui sistemi ad alto rischio, dove la classificazione segue la funzione che il software esercita e non la piattaforma su cui gira.

Chi certifica l’infrastruttura ma non l’agente che assegna, decide e agisce, certifica il guscio e lascia il cervello fuori dal perimetro.

Washington ha messo un bilancio sull’orchestrazione

L’Ucraina impiega circa 400 tipi di droni e ne usa circa 9.000 al giorno (dati Csis); nell’ottobre 2025 la Russia ha lanciato circa 5.300 droni tipo Shahed contro 222 missili cruise e balistici, quasi 24 droni per missile.

Il collo di bottiglia sta altrove: una missione di strike tipica richiede ancora da 3 a 6 persone per un solo drone.

Ciò che rende governabile la massa è il battlefield management software, lo strato che tiene insieme sensori, unità e mezzi di tiro: Delta, nato nel 2016 come mappa digitale di volontari nel Donbass e cresciuto applicazione dopo applicazione, dai bisogni delle unità al fronte e non da una visione di comando calata dall’alto.

I teorici militari russi lo citano come vantaggio ucraino; Mosca insegue con il sistema Svod e ha accantonato il proprio analogo ventennale del comando e controllo integrato.

Due dettagli contano più di tutto il resto: entrambi i sistemi sono stati costruiti dal basso, e hanno integrato prima i sensori moderni e poi il legacy.

È il privilegio della tabula rasa, lo stesso che ebbero le aziende nate direttamente nel cloud, senza data center da ammortizzare.

Gli Stati Uniti hanno letto il segnale e ci hanno messo sopra un bilancio.

Il modello Venture Capital entra nel procurement militare

Il Defense Autonomous Warfare Group (DAWG), il gruppo del Pentagono che eredita il programma Replicator sui sistemi autonomi prodotti in massa, è passato da 225,9 milioni di dollari nel 2026 a una richiesta di 54,6 miliardi per l’anno fiscale 2027 (Defense One, 22 mag 2026), di cui solo 1 miliardo nel bilancio base e circa 53 in un fondo flessibile in 5 anni.

La struttura di quel bilancio dice più della cifra: è il procurement che prova a comportarsi da portafoglio, con capitale rilasciato per tranche man mano che la tecnologia matura, al posto del programma decennale che specifica tutto a monte.

Il 29 aprile il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha annunciato al Congresso un comando sub-unificato dedicato alla guerra autonoma.

Il quadro americano non è però una marcia trionfale, e il Csis lo dice con franchezza: ogni forza armata continua a costruire il proprio strato di integrazione, con il Maven Smart System designato spina dorsale e intorno Project Overmatch, ABMS e NGC2, i programmi di integrazione di Marina, Aeronautica ed Esercito, ricreando la frammentazione che si voleva eliminare.

Il segretario dell’Esercito Dan Driscoll lo ha ammesso al Senato: Delta integra «ogni singolo drone, ogni sensore e ogni piattaforma di tiro in un’unica rete», in contrasto con i sistemi americani.

La risposta più interessante è un modello istituzionale più che un contratto: il DAF-Stanford AI Studio, dove Air Force e università co-costruiscono in modalità vendor-agnostic il livello di comando, con una prima dimostrazione di sciame autonomo prevista nel 2026 e la formazione dei test pilot già dentro il curriculum (Stanford Report, gen 2026).

Il ritardo europeo e il rischio della dipendenza tecnologica

L’Europa, su questo, è indietro.

Qui l’osservazione è mia e la segnalo come tale: nei programmi europei che ho potuto leggere non esiste un equivalente né del DAWG né dello Studio.

Si finanziano piattaforme, cioè il drone, il vettore, l’oggetto che si può fotografare al salone.

Chi compra il vettore senza controllare il software che lo comanda compra un guscio, e si ritrova con una dipendenza che porta una livrea nazionale.

Comanda chi controlla il software che decide

Per l’industriale italiano dual-use la conseguenza è concreta, ma va presa per intero.

La sovranità sull’hardware resta un requisito, non un dettaglio superato: l’Ucraina lo ha imparato quando Pechino — che domina la componentistica mondiale dei droni — [ha ristretto l’export di flight controller, motori e telai] proprio mentre Kyiv ne aveva più bisogno, con i prezzi di alcuni componenti triplicati (Csis, dic 2024).

Saper produrre senza dipendenze critiche è il pavimento. Ma il vettore non è la sola posizione difendibile: quella sta nel software che comanda i droni.

Il parallelo con il Cloud: chi controlla lo strato programmabile vince la partita

Questa migrazione l’ho già vista accadere, dal di dentro, nella transizione al cloud.

Per molti la partita si giocava sulla capacità di calcolo, sulla disponibilità di risorse e sui prezzi competitivi, e in parte è stato così.

Il fattore trainante, però, quello che ha costruito un valore aggiunto per ora irraggiungibile, è stato il software: il cloud si programma, ed è uno strato che, configurato e integrato agli applicativi, diventava decisivo nel velocizzare il go-to-market.

Chi guardava i data center contava i gusci, mentre il vantaggio lo catturava chi presidiava lo strato programmabile.

È la stessa posizione in cui si trova oggi chi valuta l’autonomia contando i droni.

La compressione dei cicli temporali: la sfida della governance moderna

Una precisazione, prima che la tesi diventi slogan: il software non ha ancora vinto da solo.

Il Csis riconosce che nessuno ha messo in campo una vera autonomia end-to-end — la Russia ci si avvicina con il drone V2U, il grosso dei sistemi resta legato all’operatore — e che senza vettori in massa l’orchestratore non comanda niente.

Il punto non è che il drone non conti.

È che è diventato la parte sostituibile del sistema, mentre l’orchestratore è quella che stabilisce chi vince.

E le proprietà che la NSPM-11 pretende dai sistemi AI militari — trasparenza e tracciabilità della decisione — sono le stesse che un consiglio di amministrazione dovrebbe pretendere dai propri agenti.

Il filo che tiene insieme tutto è, ancora una volta, la compressione.

La dottrina passa da 14 anni di immobilità alla revisione annuale; il procurement dal programma decennale al fondo a tranche; lo sviluppo al ritmo con cui Delta rilascia al fronte.

Non si sta muovendo una tecnologia: si sta muovendo la velocità con cui le istituzioni sono costrette a decidere.

 

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