Una recente ricerca pubblicata da TrendAI rivela come i dati sanitari sono ormai diventati la merce più preziosa e ricercata nei mercati clandestini del cybercrime.
Il comparto sanitario, ospedali e cliniche non sono più attaccati da singoli hacker, ma una vera e propria filiera industriale del crimine organizzato, dove broker di accessi, gruppi ransomware e specialisti delle frodi collaborano per monetizzare le nostre cartelle cliniche.
Non vi è dubbio che il furto dei dati sanitari presenti una peculiarità giuridica e umana drammatica, ovvero la loro persistenza nel tempo.
Se oggetto della sottrazione sono i codici della carta di credito basta una telefonata per bloccarla.
Se invece vengono ad essere diffusi online sono referti medici, le diagnosi psichiatriche, la storia delle malattie di un paziente o i dati biometrici, quelle informazioni potrebbero non essere più essere cancellate o sostituite.
Ecco perché la sicurezza delle strutture sanitarie non è più solo un problema di rispetto formale della privacy, ma un obbligo di tutela della dignità e della sicurezza personale dei pazienti.
La ricerca evidenzia, altresì, come il punto debole sia spesso la supply chain, ossia i software esterni di gestione delle cartelle cliniche elettroniche che, se violati, aprono le porte a centinaia di ospedali collegati.
Se ci soffermiamo su questo aspetto è agevole comprendere come i direttori sanitari e i manager delle strutture pubbliche e private non possano più limitarsi a blindare i propri server interni.
Si configura, infatti, un preciso dovere di vigilanza nella scelta e nel controllo continuo dei fornitori tecnologici.
La mancata adozione di protocolli rigorosi di verifica della catena di fornitura espone i vertici aziendali a gravissime contestazioni per colpa organizzativa e a risarcimenti danni milionari.






















