Il Cyberpunk non è solo un genere ma una sensibilità che ha contaminato ogni ambito della nostra cultura.
Nei primi anni 90 mentre scrivevo la mia tesi di dottorato su tecnologie dell’informazione e comportamenti devianti mi sono imbattuto nel Cyberpunk. Quella che sembrava pura speculazione accademica oggi è la nostra cronaca quotidiana.
Il Cyberpunk non è solo un genere ma una sensibilità che ha contaminato ogni ambito della nostra cultura.
- Nasce come evoluzione della distopia di Orwell e Huxley passando per le allucinazioni di Philip K. Dick. Il tema centrale è l’integrazione tra high tech e pop underground dove il potere passa dai governi alle multinazionali e la realtà diventa un riflesso di codici binari.
- Qui il corpo umano è un hardware modificabile. Grazie a innesti meccanici e interfacce neurali l’essere limano diventa cyborg sfumando il confine tra biologico e sintetico.
- Il movimento mette in guardia dal controllo capillare dell’individuo. La figura dell’hacker diventa l’eroe ribelle che usa la tecnologia per combattere l’oppressione sociale rifugiandosi nello Sprawl, la periferia degradata delle megalopoli.
- Da Blade Runner a Matrix l’immaginario è fatto di luci al neon città artificiali pioggia incessante e occhiali a specchio (mirrorshades). Uno stile barocco che mescola tecnicismi informatici e gergali di strada.
Dalla trilogia dello Sprawl di William Gibson alle recenti rinascite come Cyberpunk 2077 o Edgerunners questo genere ha mostrato i pericoli di uno sviluppo senza limiti e oggi quel dottorato degli anni 90 è più attuale che mai.






















