UNI (l’ente di normazione nazionale) ci ha recentemente informato che sono state integrate le 7 parti della (norma) UNI 11621 con un’ottava dedicata ai profili professionali per l’Intelligenza Artificiale (da Chief AI Officer a Prompt Engineer, Data Scientist, Security Specialist ecc.).
L’Italia è prima in Europa nel portare avanti questa attività di regolamentazione delle competenze in questi ambiti IT.
La nuova norma si inserisce in continuità con la Parte 1 e con l’e-CF europeo, definendo compiti, conoscenze, abilità, autonomia, responsabilità e KPI per chi opera in AI.
Il lavoro tecnico è stato fatto con metodo e serietà. Conosco alcuni esperti che ci hanno lavorato e li stimo. Di questo non ho alcun dubbio.
Il problema resta, però, a monte.
Queste norme “volontarie”, spesso presentate come integrazione necessaria di leggi o policy pubbliche, si pagano.
In questo caso, 90 euro solo per leggerle!
Poi, se vuoi certificarti (magari su più profili), parte ovviamente un ulteriore iter (a pagamento). Non è tanto l’obolo in sé, quanto il principio: perché devo pagare per accedere a regole tecniche che dovrebbero orientare il mercato e la pubblica amministrazione?
Un gesto di vera accessibilità e trasparenza da parte di chi le emana non guasterebbe, visto che queste organizzazioni sono già sostenute dal sistema pubblico e dal mercato.
In ogni caso, la legge 4/2013 sulle professionalità non regolamentate precisa che per esercitarle non è necessario certificarsi.
Credo che sia giusto ricordarlo.
Poi – non posso non notarlo – come proliferano le leggi in materia IT, ormai seguono a ruota le liste di profili professionali necessari per dichiararsi esperti di qualcosa…alla rincorsa di ogni dettaglio della tecnologia.
Ogni singolo processo dell’IA merita un profilo tecnico da regolamentare, a quanto pare. Altro che pericolo che l’IA sostituisca l’uomo!
Poi – da umanista – leggendo i 12 (!!) profili, mi pare che Diritto, Etica e Compliance siano un po’ diluiti o dati per scontati (nei comunicati si accenna, ma la sensazione di smarrimento resta).
Qualcuno dirà “sono profili ICT, quindi solo tecnici”. Va bene, ma precisiamolo chiaramente.
Infine, la domanda più concreta: di tutti i profili già previsti in passato (archivisti, data protection ecc.), quanti si certificano davvero? Che numeri ha il mercato? O rischiamo che tutto finisca per rivelarsi un bell’esercizio di stile per poter dichiarare “siamo i primi in Europa”?
Sono contento che si definiscano standard, ma non facciamone l’ennesima macchina per vendere certificazioni.
Mi sbaglio? Voi che ne pensate?





















