In questi giorni stiamo assistendo a un vero e proprio susseguirsi di dichiarazioni da parte dei ministri e sottosegretari che si pronunciano soddisfatti sui decreti attuativi della Legge 132/2025, normativa che contiene un (piuttosto inutile, considerata la presenza di una specifica normativa europea, l’AI Act) quadro regolatorio in materia di intelligenza artificiale.
Tali decreti, di prossima emanazione, avranno il compito di definire ruoli, obblighi, responsabilità e, quindi, delimitare gli usi dell’IA generativa e agentica e prevenirne rischi.
Un reticolato burocratico che ci rende senz’altro primi in Europa per produzione normativa. Peccato che, guardando i dati concreti su uso dell’IA e soprattutto sullo stato di digitalizzazione del Paese, rimaniamo saldamente tra gli ultimi in questi ambiti.
C’è evidentemente un cortocircuito difficile da sanare, che va avanti da troppi anni.
Tanti proclami, poche azioni concrete in grado di garantire quei processi di base – gestione e conservazione documentale, custodia e qualità dei dati – che dovrebbero costituire il presupposto indispensabile per qualsiasi vera trasformazione digitale supportata da strumenti di IA.
Siamo indietro su quasi tutto, tranne che nella produzione di norme. E sono poco convinto che ci sia davvero qualcosa da festeggiare per questo primato.





















