Il crimine ha assunto l’AI

Sommario

L’era dell’AI agentica e il crollo dei tempi di attacco: la cybersecurity a un punto di svolta

Novembre 2025, e la storia della sicurezza informatica si spezza in due: Anthropic rivela la prima campagna di spionaggio orchestrata da un agente di intelligenza artificiale, una trentina di obiettivi tra aziende e istituzioni, con l’AI a svolgere da sola l’80-90% del lavoro e gli umani ridotti a supervisori.

Per la prima volta l’attaccante non era un gruppo: era un software con un obiettivo.

Chi pensava fosse un caso isolato è stato smentito in otto mesi: a maggio 2026 i ricercatori di Sysdig hanno cronometrato un attacco interamente autonomo passare da intrusione a esfiltrazione dei dati in meno di un’ora, e a luglio hanno documentato JADEPUFFER, il primo ransomware agentico della storia, un’estorsione completa – ricognizione, cifratura, riscatto – condotta da capo a fondo da un agente, senza mano umana.

Dalle minacce umane all’IA agentica: il nuovo volto del crimine informatico

La finestra tra la scoperta di una vulnerabilità e il suo sfruttamento, che si misurava in mesi, oggi si misura in minuti (KELA, 2026), e quasi un professionista della sicurezza su due indica l’AI agentica come primo vettore d’attacco dell’anno (sondaggio Dark Reading, 2026).

E qui devo un’ammissione a chi mi legge: in “AI, il monopolio è finito” ho celebrato i modelli a pesi aperti come la liberazione dal monopolio tecnologico, e lo confermo; ma gli stessi pesi scaricabili – DeepSeek, Qwen, Kimi – girano già, ripuliti di ogni filtro, sui server del crimine organizzato (KELA, 2026), perché la tecnologia non sceglie da che parte stare: la sceglie chi la impugna.

I numeri dell’emergenza: il Rapporto Clusit e il Barometro Allianz

I numeri di casa nostra li ha messi in fila il Rapporto Clusit presentato a marzo 2026: 5.265 attacchi gravi nel mondo nel 2025, più 49%, l’anno peggiore da quando esistono le rilevazioni; 507 in Italia, più 42%, quasi un attacco mondiale su dieci, primi in Europa e quarti al mondo; il 64% dell’hacktivismo globale – i collettivi filorussi, per capirci – ci cade addosso, e il 16% degli attacchi mondiali al manifatturiero colpisce aziende italiane, cioè la spina dorsale del Paese.

Il Clusit ha dovuto perfino inventare una categoria nuova, “Extreme”, per gli incidenti così devastanti da richiedere l’intervento dello Stato; e il Barometro Allianz 2026 classifica il rischio cyber come primo rischio d’impresa al mondo per il quinto anno consecutivo.

Come cambiare passo: strategie di difesa per il futuro

Una parentesi personale, premettendo subito che questo non è un articolo per farsi pubblicità: quando abbiamo creato Cybance per unire in un’unica difesa la protezione software, la sorveglianza continua e la polizza assicurativa cyber risk – scegliendo per ciascun pilastro i campioni mondiali della rispettiva categoria, da Cybereason per la tecnologia di rilevamento e risposta a Chubb per la copertura assicurativa – lo abbiamo fatto consapevoli del rischio; ma nessuno di noi si aspettava una crescita così esponenziale e micidiale del fenomeno, che ormai non riguarda più solo le aziende: tocca la vita di tutti noi.

Ingegneria sociale e digitalizzazione: quando la realtà supera il cinema

Nel frattempo l’ingegneria sociale è diventata cinema: alla Arup di Hong Kong, nel febbraio 2024, un dipendente ha bonificato 25 milioni di dollari dopo una videochiamata con il direttore finanziario e i colleghi  – tutti deepfake, tutti falsi, tutti convincenti – e oggi per clonare una voce bastano pochi secondi di audio pescati da un social.

La materia prima, del resto, non manca: come ho scritto in “La privacy è una bufala, soprattutto in Europa”, i nostri dati sono già ovunque, e ogni credenziale rubata, ogni profilo psicologico in vendita è munizione pronta. Come si fronteggia tutto questo? Non comprando l’ennesima scatola magica, ma cambiando orologio.

Se l’attacco corre in minuti, la patch trimestrale è un necrologio: l’aggiornamento deve essere un processo continuo, non un appuntamento.

L’autenticazione a più fattori resistente al phishing – le passkey, per intenderci – va imposta ovunque, perché la password da sola è un cadavere che cammina.

La rete va segmentata (divisa in compartimenti stagni, come una nave: se si allaga la sala macchine non affonda il ponte), i backup vanno tenuti scollegati e soprattutto provati, perché un backup mai testato è una preghiera, non una strategia.

Cybersecurity nei CdA: rischio d’impresa puro

Serve un presidio continuo, ventiquattro ore su ventiquattro – l’agente attaccante non dorme, non si ferma al primo errore e riprova all’infinito – e serve mettere l’AI anche in trincea difensiva, come abbiamo fatto noi – anche questo senza prevedere quanto in realtà sarebbe stato necessario – perché a velocità di macchina risponde solo la macchina.

Serve un piano di risposta agli incidenti provato come un’esercitazione antincendio, non archiviato come un allegato; serve formare le persone, perché la porta principale resta umana; e serve trattare la NIS2 – recepita in Italia con il decreto 138 del 2024 – come un pavimento, non come un soffitto.

Ma soprattutto serve capire, nei consigli di amministrazione, che questo non è un capitolo di spesa IT: è rischio d’impresa puro, il primo della classifica mondiale, e la domanda giusta non è “quanto costa la sicurezza” ma “quanto valore sto lasciando scoperto”.

Gli attaccanti hanno già assunto l’intelligenza artificiale e lavorano a ciclo continuo, senza ferie, senza budget da approvare, senza riunioni.

Noi, in troppi, stiamo ancora aspettando il preventivo.

E l’agente che busserà alla nostra rete non chiederà se è arrivata la firma dell’amministratore.

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