La geopolitica dei droni militari

Drone militare avanzato in missione di sorveglianza e combattimento

Sommario

I droni militari stanno cambiando l’essenza stessa delle guerre. Incidono sulle strategie e lasciano prefigurare un futuro di guerre fatte da robot contro robot. Infine, droni militari in mano non solo alle forze armate, ma anche alle formazioni irregolari e alle unità informatiche della criminalità organizzata internazionale.

I droni stanno inequivocabilmente cambiato il carattere della guerra: nella strategia, nell’azione e nella percezione. Sono arrivati in punta di piedi, ma oggi sono parte integrante di ogni scenario di guerra, coinvolgendo non solo gli apparati militari delle nazioni sovrane, ma anche di gruppi armati non regolari che partecipano a vario titolo ai focolai di guerra regionale.

Il mercato globale dei droni militari presenta valutazioni diverse tra loro in base ai perimetri usati per i conferimenti dei singoli valori. Una stima ragionevole assesta il suo valore tra i 15 e i 25 miliardi di dollari al 2025 e proiezioni che variano dai 55 ai 60 miliardi di dollari entro il 2033, con oltre 450 produttori al mondo.

Diversi i fattori che contribuiscono alla crescita del mercato dei droni militari: l’aumento della spesa per la difesa e la sicurezza nazionale, il passaggio ormai indiscusso verso la guerra autonoma e senza equipaggi, la crescente esigenza di sicurezza delle frontiere e di sorveglianza marittima, infine l’esplosione di potenza della guerra elettronica.

In questo quadro, il concetto di guerra moderna è stato radicalmente modificato dall’introduzione più recente di droni militari dotati di intelligenza artificiale. I droni militari sono oggi in grado di svolgere compiti come l’analisi dei dati in tempo reale, il riconoscimento degli obiettivi o la pianificazione di missioni senza l’intervento umano durante l’intero processo decisionale, grazie al sostegno di algoritmi che li guidano durante queste fasi. Tutto ciò migliora l’efficacia delle prestazioni nei domini operativi di riferimento, minimizza gli errori commessi manualmente e, parallelamente, aumenta il livello di comprensione e familiarità con l’ambiente in cui si svolge il conflitto.

Da quando si usano i droni militari? 

Tecnologie e innovazioni hanno sempre scardinato le visioni del passato sull’uso delle armi e sulla loro potenza e/o efficacia. L’uso dei droni militari non è, tuttavia, una novità inedita.

I primi veicoli senza pilota furono sviluppati in Gran Bretagna e negli Stati Uniti durante la guerra del 1915-18. Nel primo caso si trattava di un piccolo aereo radiocomandato che fu testato nel 1917, mentre gli USA provarono il loro siluro aereo, noto come Kettering Bug, con un primo volo nell’ottobre 1918. Sebbene entrambi si fossero dimostrati promettenti nei test di volo, nessuno dei due fu mai utilizzato operativamente durante la guerra.

Negli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso gli eserciti svilupparono aerei bersaglio radiocomandati per l’addestramento della contraerea. Nel 1935 gli inglesi produssero un certo numero di aerei radiocomandati da utilizzare come obiettivi per scopi di addestramento. Un classico esempio fu il De Havilland Queen Bee britannico del 1935. È a quel prototipo che si deve la nascita del termine “drone”, ispirato dal nome, Queen Bee, che portò alla ribalta il termine “dran” ovvero “fuco” (ape maschio, capace di fare solo ronzio senza produrre miele…). 

Da allora e per lungo tempo i droni radiocomandati sono stati prodotti e utilizzati per la pratica e l’addestramento del bersaglio. Durante la Guerra Fredda, gli USA svilupparono UAV di ricognizione come il Ryan Firebee, poi usato durante la guerra in Vietnam, quando gli americani decisero di schierarli su vasta scala e con diverse finalità: sia come esche in combattimento sia semplicemente per diffondere in cielo volantini destinati alla popolazione ai fini di pressione psicologica.

Dopo la guerra del Vietnam altri Paesi al di fuori della Gran Bretagna e degli Stati Uniti iniziarono a esplorare la tecnologia aerea senza equipaggio. I nuovi modelli diventarono ben presto più sofisticati, con una maggiore autonomia di volo e la capacità di mantenere una maggiore altitudine. 

Negli anni Ottanta, Israele ha riconosciuto un nuovo status tattico al droni, integrandoli nella guerra elettronica e nelle operazioni sul campo di battaglia. 

Il vero salto avvenne a partire dagli anni Novanta, con il Predator e il Global Hawk, sviluppati da General Atomics e Northrop Grumman su commesse militari dirette.

Nella Guerra del Golfo degli anni Novanta i droni divennero una componente di routine della strategia militare statunitense, come ricognitore per la raccolta di informazioni sul territorio.

Il primo attacco letale di droni si verificò nel 2001, quando un MQ-1 Predator americano, armato dalla CIA, uccise un comandante talebano. 

Fino ad allora innovazione e ricerca militare andavano di pari passo. Poi ad un certo punto il flusso si inverte. La miniaturizzazione elettronica, le batterie al litio, i sensori MEMS e i micro-controlli, tutti nati dall’industria consumer, rendono i droni sempre più piccoli, economici ed accessibili. Aziende civili come la cinese DJI raggiungono livelli tecnologici che l’industria della difesa fatica a replicare a costi comparabili.

In sostanza, il comparto militare ha inventato il concetto, il comparto civile ne ha democratizzato la tecnologia e oggi i due mondi si alimentano a vicenda.

Tra il 2009 e il 2021, l’aeronautica USA ha condotto oltre 14.000 attacchi con droni in Afganistan, Pakistan, Yemen, Iraq, Somalia e Libia.

Negli ultimi anni sono stati sviluppati anche modelli che utilizzano tecnologie come l’energia solare per affrontare i problemi di alimentazione nel caso dei voli più lunghi.

I droni cambiano le regole del gioco

Nella guerra di oggi, i droni militari sono diventati un’arma essenziale. Stanno rimodellando le dinamiche dei conflitti in tutto il mondo in conseguenza del loro impatto, che è significativo e di vasta portata. Gli UAV militari sono ormai cruciali. Svolgono un ruolo vitale nella moderna strategia militare. Oggi sono diverse le nazioni che guidano la tecnologia dei droni. L’uso di UAV si è ormai esteso ad una articolata serie di funzioni, dalla sorveglianza agli attacchi fortemente mirati. Inoltre, i droni militari si sono spesso dimostrati determinanti nelle azioni di disturbo delle comunicazioni elettroniche del nemico. 

Inevitabile che il confronto di potenza tra nazioni si svolga anche sul terreno della corsa o della supremazia del segmento dei droni militari. Ormai non vi è scontro armato in cui non vi sia un impegno di tutte le forze in campo nell’impiego di droni militari di ogni classe e con differenti finalità, sia che si tratti della guerra civile siriana sia che si tratti della guerra in corso tra Russia ed Ucraina. 

Il loro impiego non è supplementare, al contrario rappresenta una delle opzioni organiche dello scontro, come confermato dai continui investimenti in tecnologie UAV ovunque nel mondo, con l’intento di incidere sia nella guerra convenzionale che in quella asimmetrica. Del resto non è difficile far di conto sulla gestione dei due sistemi concorrenti. I caccia richiedono piloti altamente addestrati, una manutenzione ferrea ed un attento calcolo del rischio tale da ridurre al massimo, se non annullare, il rischio. I droni possono invece essere utilizzati in gran numero, possono essere sacrificati in missioni ad alto rischio ed essere rapidamente sostituiti. In alcuni casi vengono progettati e realizzati come armi con modalità “usa e getta” Tutti elementi che non rendono di certo i caccia obsoleti, ma che riconoscono una certa centralità ai droni.

La cosa che più colpisce è l’asimmetria dei costi. 

Un jet da combattimento F-16 può costare tra i 30 e i 70 milioni di dollari, un missile balistico ATACMS vale circa 1,5 milioni di dollari, un drone strategico Bayraktar (Turchia) costa tra i 3 e i 6 milioni di dollari, mentre un drone Shahed (Iran) vale sotto i 50.000 dollari. Ma attenzione il valore di un drone FPV (First Person Vehicle) può valere dai 300 ai 2.000 dollari al massimo.

Una asimmetria del genere nei costi non può che spingerci a considerare come i droni, incidendo sulle modalità di spesa per la difesa, stiano rimodellando il modo stesso in cui gli Stati esprimono la propria potenza militare aerea e il dominio sul campo di battaglia. Un dato su tutti: la previsione del mercato globale dei caccia da combattimento sarà pari a 59 miliardi di dollari nel 2030, esattamente lo stesso valore al 2030 del mercato mondiale dei droni militari, mentre il mercato globale dei carri armati dovrebbe addirittura fermarsi a 7-8 miliardi di dollari (pari a poco meno di 1/8 del mercato dei droni militari).

I droni militari poggiano il loro successo sul fatto di essere piccoli, economici, più facili da usare, capaci di volare per lunghe missioni senza fare rifornimento, con una efficacia indiscutibile dalla sorveglianza agli attacchi di precisione rispetto all’uso di missili o all’impiego di artiglieria. E in più va considerato che l’invio di un drone non mette a repentaglio la vita di propri soldati e consente ai governi di subire minori pressioni sociali e politiche interne al momento delle autorizzazioni di missioni rilevanti.

Una storia di successi?

Come è noto i droni ora hanno molte funzioni anche in ambito civile, dal monitoraggio del cambiamento climatico ad operazioni di ricerca dopo disastri naturali, dalla fotografia e ripresa alla consegna di merci, fino all’uso intensivo in agricoltura e nell’allevamento di bestiame. Ma il loro uso più noto e controverso è proprio quello dei militari per la ricognizione, la sorveglianza e gli attacchi mirati. 

Dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, gli Stati Uniti in particolare hanno aumentato significativamente il loro uso di droni. Da allora in molte circostanze i droni militari sono stati saliti alla ribalta per usi particolarmente efficaci se non spettacolari: dall’attacco alla cupola del Senato a Mosca (2023), con immagini che fecero il giro del mondo, all’attacco agli impianti Aramco di Abqaiq e Khurais (2019); dalla guerra del Nagorno-Karabakh (2020) tra Azerbaigian e Armenia, il cui esito fu determinato dall’utilizzo da parte dei primi dei Bayraktar-TB2 turchi, all’uccisione del generale Qasem Soleimani (2020) avvenuta a Baghdad, con un’incursione di un MQ-9 Reaptor americano; fino alla guerra in Yemen dove gli Houthi hanno sancito la loro specializzazione nell’uso dei droni, sino all’uso quotidiano di loro sciami nella guerra Russia-Ucraina.

I droni e la guerra in Ucraina.

I droni sono utilizzati nella guerra in Ucraina su tale scala da non avere precedenti al mondo. Russi e ucraini ne schierano migliaia ogni mese. Si tratta per buona parte, sul versante ucraino, di droni commerciali a basso costo adattati ad uso militare. Un drone di fascia bassa, un First-Person View (FPV) costa meno di un iPhone, non superando i 300-400 dollari. Né si deve pensare che droni cosi economici siano inefficienti. Un FPV è pilotato a distanza e trasmette video in diretta che raggiungono in tempo reale l’operatore remoto. In che dà a quest’ultimo una prospettiva visiva in prima persona, come se fosse all’interno del velivolo. Un controllo così immersivo consente voli precisi a bassissima quota, rendendo questi droni strumenti ideali per attacchi suicidi o per sganciare munizioni direttamente su obiettivi nemici, con un alto grado di precisione.

Non solo uso aereo

Le cronache di guerra sui droni sono quasi sempre centrate sul loro uso aereo e sulla loro indubbia efficacia. Ad esempio, la Russia avrebbe perso oltre 3.000 carri armati nel corso del conflitto sino ad ora e la maggior parte di essi sarebbe stata distrutta da attacchi di droni a basso costo. Ma ci sono anche i droni terrestri, che si stanno affermando molto velocemente in ambito di supporto alla logistica e i droni navali, emersi come strumenti di ricognizione o di attacco ad unità navali nemiche o ad infrastrutture portuali.

In tutti e tre i casi i droni sono utilizzati in tutti i tipi di guerra e con la doppia finalità sia offensiva (per colpire veicoli, fortificazioni, personale) che difensiva (esplorare il campo di battaglia, guidare il fuoco di artiglieria o individuare e colpire altri droni).

Ciò a cui stiamo assistendo e l’ascesa del concetto stesso di guerre fondate sull’uso intensivo di droni, con un guadagno di precisione, un contenimento di costi e l’esclusione di perdite umane.

Recentemente l’ultima soluzione tecnologica è stata quella dei droni controllati da cavo a fibra ottica. Si tratta di FPV che volano collegati a terra grazie con un cavo a fibra ottica, per evitare qualsiasi intrusione nemica nei codici di comando digitali sia a bordo che a terra. Questa soluzione ha dato, nel 2024 e nel 2025 un vantaggio competitivo di non poco conto ai Paesi che lo hanno utilizzato (gli ucraini per primi ed i russi a farlo su larga scala).

Segmentazione del mercato dei droni militari

A seconda della finalità d’uso e delle performance, i droni militari sono distinti in cinque categorie: 

  • MALE (Medium Altitude Long Endurance). Possono volare a media quota per un lungo periodo. Vengono utilizzati per scopi di sorveglianza.
  • HALE (High Altitude Long Endurance). Sono utilizzati per la sorveglianza ad alta quota.
  • TUAV (Tactical Unmanned Aerial Vehicle). Sono chiamati veicoli aerei senza pilota tattici sono utilizzati per piccole missioni tattiche.
  • UCAV (Uncrewed Combat Aerial Vehicle): questi doni sono conosciuti come veicoli aerei da combattimento senza pilota. Sono usati per operazioni di combattimento.
  • SUAV (Small Unmanned Air Vehicle). Si tratta di piccoli veicoli aerei senza pilota. Sono utilizzati per emissioni a corto raggio.

Dal punto di vista delle industrie produttrici, il mercato guarda alle esigenze operative e alle soluzioni applicative in ambito di: 

  • Spionaggio: i droni a lunga durata possono essere utilizzati per lo spionaggio e possono anche sorvegliare e monitorare l’area sensibile.
  • Ricerca e salvataggio: in caso di disastri o situazioni di emergenza, questi i droni possono essere utilizzati per cercare e salvare persone bisognose, per individuare ed assistere propri militari in posizione isolata.
  • Sicurezza delle frontiere: i droni per la sicurezza delle frontiere vengono utilizzati per il pattugliamento continuo delle linee di frontiera.
  • Combattimento: i droni da combattimento vengono utilizzati in piccole operazioni poiché possono trasportare anche armi di piccolo calibro.

Classificazione dei droni militari

I Paesi coinvolti nella geopolitica dei droni militari sono classificati in tre gruppi: 

  • quelli che usano con regolarità i droni in combattimento, per ricognizione, soccorso ecc. 
  • quelli che possiedono droni armati, ma non li hanno ancora usati in combattimento,
  • quelli che stanno sviluppando droni armati. 

Le capacità o le caratteristiche tecniche dei droni di un Paese sono classificate, da una certa soglia dimensionale in su, secondo tre livelli adottate dalle autorità USA:

  • Livello I, droni che operano a bassa quota e bassa resistenza. 
  • Livello II, droni che operano a media altitudine e a lunga durata.
  • Livello II+, droni che operano ad alta quota e contano su lunga resistenza. 

Mini e micro droni sono esclusi da questa classificazione.

Chi produce e usa i droni militari?

È difficile stabilire con esattezza in quanti Paesi siano oggi utilizzati i droni, ma si stima che siano almeno 100 i Paesi che dispongano di droni militari con differenti finalità (ricognizione, sorveglianza, attacco). Vi sono poi decine di Paesi che producono veicoli senza pilota ad uso militare con le medesime differenziazioni di funzionalità operative.

Stati Uniti, Cina e Israele sono i principali produttori e venditori di droni.

Va ricordato che la Cina domina il mercato civile dei droni attraverso il colosso DJI, che controllo oltre il 70% del mercato mondiale dei droni ed il cui impegno in ricerca e sviluppo (dalle tecniche per evitare gli ostacoli alla capacità di high-quality imaging (in partnership con Hasselblad), assieme alle applicazioni che da questa derivano, non può essere considerato estraneo al successo dell’industria cinese dei droni militari.

Queste tre nazioni si contendono il posto più alto del podio, seguiti da Russia, Turchia, Ucraina che si contendono posizionamenti di riguardo in ambito militare e civile.

 

  1. Gli Stati Uniti

    Gli Stati Uniti sono stati il primo leader globale nella tecnologia dei droni militari, in particolare nelle applicazioni commerciali militari di fascia alta. Li hanno inglobati in ogni livello di strategia militare e sono ampiamente usati per esecuzioni mirate di nemici, sorveglianza e raccolta di informazioni, protezione sulle truppe e sule linee di rifornimento.
    Con una flotta stimata di 13.000 UAV militari di nel 2025, gli USA mantengono un primato di arsenale difficilmente eguagliabile al momento. La produzione conta su aziende come General Atomics Aeronautical Systems, AeroVironment, Northrop Grumman, Skydio, Textron Systems e Boeing che producono droni avanzati e componentistica destinati all’intelligence, alla sorveglianza e alla ricognizione.
    Il mercato americano dei droni militari si assesta tra i 14 e i 16 miliardi di dollari, con una previsione di crescita intorno ai 30 miliardi di dollari nel 2030.

  2. La Cina

    Come è noto, la Cina guida il mercato globale dei droni, controllando oltre il 70% della quota di mercato dei droni di consumo e commerciali, guidata dal gigante del settore DJI Technology. È prevedibile che una tale capacità industriale, sostenuta da altrettanto elevate competenze tecnologiche, diano un impulso straordinario all’industria cinese dei droni militari. Il mercato cinese dei soli droni militari era nel 2024 di circa 4,9 miliardi di dollari, con una previsione di crescita sino a 14,3 miliardi di dollari entro il 2035. Una delle principali aree di sviluppo del settore è quello degli attacchi con sciami di droni, coordinati da sofisticati sistemi di IA. I bassi costi di produzione, i sussidi governativi (inclusi 30 miliardi di dollari in investimenti nella produzione di veicoli elettrici e droni) e una solida catena di approvvigionamento, conferiscono alla Cina un vantaggio competitivo straordinario.

  3. Israele

    Israele è un pioniere globale riconosciuto nella tecnologia dei veicoli aerei senza equipaggio (UAV), avendo iniziato ad usarli sin dagli anni Ottanta e avendoli inseriti integralmente nella dottrina di difesa del loro Stato. Israele e i li utilizza sia per la sorveglianza che per gli attacchi di precisione. Oggi Israele è il più grande esportatore di droni in tutto il mondo, con un’industria nazionale dominata da aziende come Israel Aerospace Industries (IAI), Rafael Advanced Defense Systems, Percepto, Airobotics ed Elbit Systems. La produzione nazionale ha da tempo integrato munizioni e targetting con le applicazioni più sofisticate di IA nelle proprie flotte di droni, accorciando fortemente i tempi di reazione tra rilevamento e coinvolgimento.
    Va anche segnalato che le vendite di droni portano anche a programmi di formazione, esercitazioni congiunte e accordi di condivisione dell’intelligence, rafforzando partnership commerciali e relazioni geopolitiche con Israele.
    Il settore sta attualmente subendo rapidi cambiamenti per adattarsi agli ambienti del campo di battaglia altamente contestati in Libano e Gaza.
    Il mercato dei droni sta modificando le strategie militari i Israele sempre più preoccupato degli attacchi di piccoli droni specialmente quando lanciati da truppe non regolari. Nelle prossime settimane sarà lanciata una gara nazionale per la fornitura di 12.000 droni militari, con l’intento di dar luogo a nuove linee industriali capaci di interpretare le nuove disponibilità tecnologiche.
    Difficile quantificare il mercato dei droni militari in Israele. Si può ricavare in valori indicativi. Le esportazioni totali dell’industria della difesa israeliana ammontano a circa 18 miliardi di dollari nel 2025 e si stima che un quarto circa delle esportazioni riguardino UAV e droni. Il che vuol dire che la sola componente di droni militari potrebbe valere tra i 4 e i 5 miliardi di dollari.

  4. Francia

    La Francia è il pioniere europeo dei droni militari e si colloca tra i principali produttori con aziende come Thales Group che guida l’innovazione di settore. L’esperienza di Thales Group nell’elettronica di difesa e nei sistemi integrati supporta la sua produzione di UAV avanzati per scopi militari e di sicurezza. La Francia beneficia di un contesto normativo favorevole, particolarmente in ambito di ispezione delle infrastrutture. Il mercato francese dei droni militari vale 1,8 miliardi di dollari (2024) e si prevede che raggiunga la soglia dei 3,6 miliardi di dollari nel 2030.

  5. Turchia

    La Turchia è emersa come un attore importante nella produzione e nella esportazione di droni militari. Il settore è guidato da aziende come Turkish Aerospace Industries, Baykar Technologies e Vestel Defence.
    I droni costituiscono oggi un pilastro sia della dottrina militare che della politica estera turche. L’industria di settore è nata da un lato dalla necessità di disporre di strumenti efficaci e flessibili nelle campagne di contro insurrezione nei confronti di gruppi delle minoranze turca e nelle operazioni di sicurezza delle linee di frontiera, ma dall’altro dall’ambizione strategica di ottenere una maggiore autonomia in ambito di difesa e posizionarsi addirittura come esportatore globale di prodotti destinati alla difesa. Nel 2025, l’attenzione della Turchia sullo sviluppo dell’industria nazionale di settore è focalizzata sulla riduzione della dipendenza dai fornitori stranieri, per assicurare l’autonomia strategica del Paese.
    Droni come il Bayraktar TB2 e l’Akıncı hanno ottenuto riconoscimenti internazionali per il loro successo sul campo di battaglia, aumentando il mercato delle esportazioni e l’influenza geopolitica della Turchia.
    I droni prodotti dalla Turchia sono convenienti e personalizzabili per specifiche esigenze operative e ciò li rende molto appetibili agli occhi degli acquirenti internazionali. In particolare, sono particolarmente attraenti per le nazioni di media potenza militare e per quelle in via di sviluppo grazie al loro basso costo e alle restrizioni minime all’esportazione rispetto ai sistemi statunitensi o israeliani. Il drone Bayraktar TB2 è usato da oltre 30 Paesi tra cui Polonia, Romania, Croazia, Albania, Kuwait, Bosnia.

  6. Russia

    La Russia si colloca tra i migliori produttori di droni militari. La crescita rapida del settore è sostenuta dalla guerra in Ucraina, passando da una capacità produttiva di una dozzina di unita al giorno a 250 al giorno, che hanno reso possibile record operativi come l’attacco di 805 droni in una sola notte. Un’altra stima parla di 6.200 droni lanciati in un mese e di una produzione mensile di 2.000 unità al mese del modello Geran-2. L’industria conta su 900 aziende e 7.000 addetti circa. I droni militari russi sono schierati in ruoli di sorveglianza e combattimento, ma l’accesso limitato ai mercati globali e i vincoli tecnologici ostacolano il suo settore commerciale dei droni. Iran e Cina restano cruciali nelle forniture di componenti e in alcuni casi di droni completi.

  7. Europa

    Quanto all’Europa, spicca il programma Eurodrone, gestito da Leonardo, Airbus e Dassault, che coinvolge Francia, Germania, Italia e Spagna, con oltre 300 milioni euro di finanziamento UE e piena operatività prevista per fine 2027. Polonia, Romania e Croazia hanno acquistato droni turchi del tipo TB2. La Germania è il principale acquirente europeo.

  8. Iran

    L’Iran ha da sempre riconosciuto ai droni una parte fondamentale della propria strategia asimmetrica, usandoli per controbilanciare la potenza aerea superiore dei suoi nemici e per estendere la sua influenza militare regionale.
    Negli ultimi anni, l’Iran ha rapidamente aumentato la produzione di droni, ma le stime divergono profondamente tra le 150-250 unità indicate da vari analisti OSINT () e le 10.000 unità al mese indicate dal Centre for Information Resilience (CIR) di Londra; una disparità eccessiva dovuta forse all’inclusione di tipologie di velivoli molto diverse tra loro.
    Questa produzione deve fronteggiare oggi limitazioni strutturali e geopolitiche di non poco conto:

    • Le sanzioni internazionali, che hanno ridotto il suo accesso alla tecnologia e ai componenti avanzati degli aeromobili.
    • L’inferiorità tecnologica, che pone l’aeronautica iraniana è dietro a quelle dei rivali regionali, come Israele e Arabia Saudita.
    • L’essere circondato da basi statunitensi e vicini ostili, che impone all’Iran una pressione costante.

    Per superare questi vincoli, l’Iran ha investito strategicamente in un’industria nazionale di droni che è oggi una delle più testate al mondo.
    i droni iraniani Shahed sono stati ampiamente utilizzati dalle forze russe in Ucraina.
    L’Iran è fornitore del design Shahed, usato anche dalla Russia e da altri attori di conflitti regionali.

  9. Ucraina

    L’industria dei droni militari ucraini è oggi uno dei fenomeni industriali e bellici più rilevanti a livello globale.
    Prima della guerra l’Ucraina contava una decina di piccoli produttori. Oggi ha costruito un ecosistema industriale di circa 160 aziende, diventando uno dei principali produttori di droni militari di piccolo peso.
    La produzione di droni FPV è passata da 3-4.000 unità all’anno nel 2022 a oltre 3 milioni nel 2025, con oltre 100 varianti in termini di uso operativo.
    I droni sono una componente essenziale del conflitto in Ucraina. Tra il 60 e l’80& delle perdite dell’esercito russo sono imputabili al successo dei droni ucraini.
    Poche settimane fa la direzione di intelligence ucraina (GUR) ha confermato la disponibilità industriale di sistemi con portata fino a 3.500 km, in grado di raggiungere tutte le regioni della Russia europea.
    Il programma “Build with Ukraine” lanciato nel 2025 consente la coproduzione di droni in Stati europei, per mitigare il rischio di attacchi agli impianti produttivi situati in territorio ucraino. Un esempio concreto: il produttore tedesco Quantum Systems e l’ucraino Frontline Robotics hanno costituito una joint venture in Germania per produrre sino a 10.000 unità all’anno di droni militari Zoom e Linza, con una produzione avviata nel primo trimestre 2026.

  10. Resto del mondo

    Quanto ad Africa e Medio Oriente, tra i principali utilizzatori figurano Azerbaigian, Etiopia Marocco, Arabia Saudita, Emirati Arabi.
    Non mancano, infine, le riconversioni di unità di volo nate per usi civili e riconvertire all’uso militare. Il governo di Haiti ha adottato droni con carichi di esplosivi artigianali per neutralizzare le bande di criminali, usando droni commerciali della cinese DJI modificati con armi leggere installate a bordo.

  11. Formazioni militari irregolari e criminalità organizzata

    • Hezbollah. Ha sviluppato il suo programma di droni con il sostegno del governo iraniano, già dai primi anni 2000, con l’obiettivo di estendere la capillarità del gruppo e creare elementi di pressione nei confronti di Israele. Gli esperti militari israeliani considerano ora il programma di droni di Hezbollah come una seria minaccia capace anche di sopraffare, come spesso avviene, le difese aeree israeliane, con il lancio multiplo di sciami di droni.
    • Houthi. Si sono rivelati come uno dei soggetti irregolari più attivi. Dispongono di una flotta di droni militari modellati sui prodotti iraniani. Dal 2018 l’Arabia Saudita ha denunciato centinaia di attacchi con droni lanciati dagli Houthi contro aeroporti, basi militari e infrastrutture petrolifere. Emblematico nel 2029 l’attacco contro un impianto petrolifero che interruppe l’estrazione di quasi 6 milioni di barili al giorno di petrolio saudita, pari a quasi il 6% dell’offerta mondiale di petrolio. Recentemente hanno usato i droni contro Israele per solidarietà con i palestinesi, prendendo anche di mira le navi commerciali che transitano nel Mar Rosso
    • I cartelli messicani della droga. Tra il 2020 e il 2022 le forze di sicurezza messicane hanno registrato oltre 100 incidenti che hanno coinvolto droni gestiti dai cartelli della criminalità organizzata che controlla il traffico mondiale della droga. I cartelli della droga usano i droni per: a) monitoraggio del posizionamento delle unità di polizia e dei blocchi stradali; b) attacchi a distanza contro le forze dell’ordine o contro altri cartelli; c) imboscate e intimidazioni contro forze di polizia o comunità locali che oppongono forme di resistenza ai loro traffici; d) contrabbando e consegna di narcotici oltre confine. Le piattaforme di volo utilizzate dai cartelli messicani sono in genere quadricotteri commerciali, che potrebbero essere modificati per trasportare esplosivi o droghe. Si tratta ovviamente di droni che costano poche migliaia di dollari e che spesso sono modificarti o armati da elementi dello stesso cartello.

Il mercato delle esportazioni

Oggi i più grandi esportatori di droni militari sono:

  • Israele, che esporta in 56 Paesi
  • Stati Uniti, in 55 Paesi
  • Cina, in 37 Paesi
  • Austria, in 13 Paesi
  • Francia, in 11 Paesi
  • Canada, Germania e Iran, in 5 Paesi ciascuno
  • Estonia, Turchia e Russia, in 4 Paesi
  • Svezia, UAE e Sud Africa, in 3 Paesi 
  • Svizzera, Slovenia e Italia, in 2 Paesi
  • Giappone, Armenia, Paesi Bassi, Spagna, Danimarca, Malesia, Australia, Polonia e Bielorussia in 1 Paese ciascuno

Unione europea e droni militari

Nel marzo 2025 la Commissione Europea ha presentato il piano ReArm Europe/Readiness 2030, che punta a mobilitare 800 miliardi di euro in spesa per la Difesa entro il 2029. Va tuttavia considerato che nel 2023 la spesa consolidata in difesa tra tutti gli Stati dell’Unione ha superato i 300 miliardi di euro, si tratta però di bilanci nazionali, non di risorse gestite da Bruxelles.

Nello specifico, la UE soddisfa meno del 30% del proprio fabbisogno di droni militari. Al confronto Cina e Ucraina ne producono milioni l’anno, mentre gli Stati Uniti sono ancora nell’ordine delle centinaia di migliaia di unità.

L’Europa dispone inoltre della European Drone Defence Initiative (EDDI), lanciata nel 2025-2026, che rappresenta il primo programma unitario UE sulla minaccia dei droni, con un approccio a tutto tondo: dalla difesa anti-drone alla capacità offensiva propria ed in modo integrato. Il piano di difesa UE per il 2030 individua quattro pilastri fondamentali: il sistema anti-droni, l’osservatorio del fianco orientale, lo scudo aereo e lo scudo spaziale. La priorità è data al momento alle iniziative contro i droni e sul fianco orientale, che dovrebbero diventare operative entro il 2026 e raggiungere piena funzionalità entro il 2028.

La cooperazione con l’Ucraina è uno degli elementi più significativi della strategia europea. L’esperienza

maturata sul campo nella produzione nell’uso e nella neutralizzazione dei droni rappresenta per l’Unione un patrimonio tecnico-operativo cruciale, con l’obiettivo di trasferire il Know-how industriale e tattico per rafforzare la capacità europea di difesa asimmetrica (basti pensare che quando la Russia sconfinò nel settembre 2025 con 20 droni su territorio polacco, la Nato per neutralizzarli dispiegò in volo jet f-35, con un costo stimato in almeno 1,2 milioni di euro).

In questo quadro, l’Italia è protagonista con il programma Leonardo-Baykar da 2,4 miliardi di euro per UAV armati, mentre il programma europeo Eurodrone gestito da Leonardo, Airbus e Dassault (che vede insieme Francia, Germania, Spagna e Italia) ha ricevuto oltre 300 milioni di euro di finanziamenti UE e prevede piena operatività entro fine 2027.

Conclusioni

I droni militari sono ormai diventati uno degli assi portanti della guerra moderna e sono al centro di una radicale transizione verso sistemi sempre più autonomi e interconnessi.

Il loro ruolo sta evolvendo da supporto tattico a elemento centrale delle forze armate, da strumento ausiliario ad infrastruttura bellica centrale, da semplice elemento di completamento delle operazioni a componente strutturale del campo di battaglia moderno.

L’integrazione con l’intelligenza artificiale è il cuore della trasformazione.

L’uso di Machine Learning e algoritmi IA sta trasformando le prestazioni dei droni militari, capaci ormai di effettuare la valutazione delle minacce nemiche in tempo reale, l’identificazione autonoma bersagli e la pianificazione adattiva delle missioni. 

L’uso di IA consente inoltre ai droni di sfuggire in modo più efficace ai sistemi di difesa nemici, ridurre la dipendenza dalle comunicazioni, superare i segnali di disturbo elettronici, affrontare le azioni di hackeraggio, riallineare le traiettorie in tempo reale, infine costituire sciami intelligenti capaci di saturare il campo di battaglia con manovre complesse e gestite in modo autonomo ovvero senza supervisione umana.

Si tratta di un cambio di passo che aumenta inevitabilmente la pressione sui bilanci di difesa, rimodella la supply chain, sollecita nuovo software, spinge il mercato dei semiconduttori e impone una capacità di aggiornamento continuo, perché il vantaggio competitivo durerà meno che in passato, dal momento che molti prodotti hanno un ciclo di vita davvero breve. 

Il che vuol dire che il mercato crescerà, sì, ma vinceranno i produttori capaci di guidare la crescita e quelli che sapranno adeguarsi al passo di marcia del mercato.

La convergenza tra intelligenza artificiale e miniaturizzazione ha infine aperto una nuova frontiera, quello degli attacchi a sciame di droni. 

Si prevede lo sviluppo di sciami di droni militari in grado di coordinarsi in tempo reale, con l’uso avanzato di piattaforme del tipo Stealth per missioni ad alta penetrazione e droni di dimensioni sempre più piccole idonei alla guerra urbana e di ricognizione su piccoli territori.

Le forze armate in tutto il mondo stanno sviluppando droni sempre più autonomi e in grado di operare in “sciami coordinati”.

I lavori più noti sugli sciami si stanno svolgendo in Ucraina, dove nel febbraio 2025 il ministro della Difesa annunciato che una dozzina di aziende stavano sviluppando sistemi di sciame. Il sistema ucraino “Pasika”, sviluppato da Sine Engineering, è capace di gestire autonomamente comunicazioni, navigazione e pianificazione del volo di droni FPV. Ma su tale modalità si può solo immaginare quale sia la capacità cinese, che ha nel settore competenze tra le più alte al mondo, se si pensa a cosa sono capaci di fare in attività civili con gli sciami di droni.

Infine, non possiamo non segnalare il ruolo dei droni esca o kamikaze, entrambi insostituibili nelle guerre elettroniche. Nuovi modelli come il turco Aselsan SERCE-3 (un UAV compatto per missioni in ambienti urbani e con modalità stealth molto spinte per evitare i radar) mostrano come i droni kamikaze stiano anch’essi ridefinendo la dottrina militare offensiva, potendo identificare bersagli, evitare ostacoli e cooperare in sciami senza intervento umano diretto.

Inevitabilmente, la crescente autonomia, operativa e decisionale dei droni apre interrogativi profondi. Chi è responsabile di un attacco condotto da uno sciame che agisce senza supervisione umana? I trattati internazionali esistenti non sono stati pensati per valutare e regolare i sistemi in grado di selezionare e colpire bersagli in modo indipendente. E anche questo sarà probabilmente uno dei nodi politico-giuridici più urgenti del prossimo decennio nel diritto internazionale sul quale dovranno confrontarsi giuristi, organismi ed agenzie internazionali, nazioni sovrane.

 

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