La paventata minaccia rappresentata dai computer quantistici contro la rete Bitcoin sembra esser passata dalla pura ipotesi a concreta realtà.
La scorsa settimana, Project Eleven (startup specializzata in sicurezza quantistica), ha assegnato il premio “Q-Day Prize” al ricercatore italiano indipendente Giancarlo Lelli.
L’esperto ha avuto il merito di portare a termine una simulazione di attacco quantistico alla crittografia basata su curve ellittiche (ECC), che oggi protegge oltre 2,5 trilioni di dollari in asset digitali, incluso Bitcoin ed Ethereum.
Utilizzando hardware quantistico disponibile al pubblico tramite servizi cloud, il ricercatore ha violato con successo una chiave crittografica a 15 bit, impiegando una variante dell’algoritmo di Shor per ricavare la corrispondente chiave privata partendo soltanto da quella pubblica.
In termini pratici, ciò significa che Lelli ha affrontato uno spazio di ricerca di 32.767 possibili combinazioni identificando quella corretta: un risultato che sui computer classici sarebbe considerato, in base alle disponibilità di calcolo ordinarie, non realizzabile in tempi ragionevoli.
Un solo esperto per mettere in pericolo l’intero mondo delle criptovalute
Benché la crittografia effettivamente usata da Bitcoin lavori su chiavi a 256 bit, con un numero incalcolabile di combinazioni, il balzo di complessità raggiunto è stato di circa 512 volte rispetto al record precedente, ottenuto nel settembre 2025 dal ricercatore Steve Tippeconnic con una chiave a soli 6 bit.
Un aspetto particolarmente significativo di questo risultato è che il premio non è stato vinto da un laboratorio governativo o da un supercomputer privato, ma da un ricercatore indipendente che ha eseguito l’attacco su hardware quantistico accessibile tramite cloud, noleggiabile da chiunque paghi il servizio.
Come sottolineato da Alex Pruden, CEO di Project Eleven, le risorse necessarie per questo tipo di offensiva continuano a diminuire e, di pari passo, si riduce la barriera pratica per condurre esperimenti (o attacchi) simili su larga scala.
Inoltre, Pruden ha sottolineato come con Google che ha annunciato l’obiettivo di rendere la propria infrastruttura quantum‑secure entro il 2029, l’intervallo temporale a disposizione del resto del settore per aggiornare le proprie difese si sta progressivamente riducendo.
Le contromosse per proteggere le criptovalute
La posta in gioco è potenzialmente enorme: secondo Project Eleven, circa 6,9 milioni di Bitcoin risiedono in wallet “statici”, che hanno già esposto la propria chiave pubblica sulla blockchain. Tra questi, vi sono anche il leggendario milione di BTC attribuito al creatore della rete, il misterioso Satoshi Nakamoto.
In questo scenario, l’aumento esponenziale delle capacità dei computer quantistici alimenta un’urgente corsa a sviluppare difese “post‑quantum” per la crittografia. Per Bitcoin, è in fase di discussione una proposta nota come BIP‑360, volta a introdurre nuovi tipi di indirizzo resistenti alle minacce generate da macchine quantistiche. Parallelamente, altre grandi piattaforme blockchain come Ethereum, Ripple (XRP Ledger) e Tron hanno iniziato processi di transizione verso protocolli più sicuri, pubblicando piani di aggiornamento che dovrebbero garantire maggiore sicurezza nei prossimi anni.
Stando a questi documenti e a recenti analisi di Google Quantum AI, anche se oggi Bitcoin non è immediatamente vulnerabile a un attacco scalabile su larga scala, il trend di riduzione del numero di quantum bit necessari per rompere le chiavi sta accelerando, spingendo sviluppatori e industria a intervenire prima che il pericolo diventi concreto.






















