Mi è capitato di leggere in questi giorni un avviso di selezione del Comune di Pulsano per l’affidamento dell’incarico di Responsabile della protezione dei dati (DPO).
In teoria, una buona notizia. Il DPO è infatti una figura obbligatoria, strategica e centrale per qualsiasi amministrazione pubblica che voglia affrontare seriamente i processi di digitalizzazione, garantendo la tutela dei diritti e delle libertà fondamentali degli interessati e orientando l’ente verso corrette politiche di protezione dei dati personali.
2.000 euro all’anno: è questo il valore della privacy dei cittadini?
Peccato che l’avviso preveda, per lo svolgimento di tale attività, un compenso annuo lordo di appena 2.000 euro, comprensivo delle spese.
Una cifra che pone una domanda inevitabile: è davvero questo il valore che attribuiamo alla protezione dei dati personali dei cittadini?
Purtroppo non si tratta di un caso isolato.
Un adempimento formale o una vera funzione di garanzia?
Ancora oggi molte amministrazioni pubbliche sembrano considerare il DPO come un mero adempimento formale anziché come una funzione di garanzia prevista dal GDPR.
Eppure un DPO che, per ragioni economiche, non può concretamente svolgere le proprie attività di consulenza, monitoraggio e supporto all’ente non tutela nessuno.
Perché questi bandi al “massimo ribasso” dovrebbero restare deserti
Non tutela l’amministrazione, non tutela i cittadini e, soprattutto, svilisce una materia che riguarda diritti e libertà fondamentali.
Per questo c’è da augurarsi che tali incarichi restino deserti.
Non per spirito corporativo, ma per una ragione molto più semplice: i diritti delle persone meritano qualcosa di più di un incarico affidato al massimo ribasso.
L’avviso è consultabile sul portale InPA: https://www.inpa.gov.it/bandi-e-avvisi/dettaglio-bando-avviso/?concorso_id=049abe5151f54472873393896b71663b






















