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Una crisi reale, ma una diagnosi incompleta
Il 23 ottobre 2026, in occasione del Forum Nazionale delle Telecomunicazioni, le organizzazioni sindacali hanno richiamato la politica alle proprie responsabilità, chiedendo interventi concreti per salvaguardare l’industria e i suoi lavoratori. Investimenti, costi energetici, rinnovo delle frequenze, formazione e strumenti per accompagnare la trasformazione tecnologica sono alcuni dei temi al centro del confronto.
Le preoccupazioni sono fondate. Le telecomunicazioni rappresentano un’infrastruttura essenziale per il funzionamento del Paese e la loro sostenibilità economica non può essere considerata una questione esclusivamente privata.
Ma proprio perché il settore è strategico, credo sia necessario interrogarsi sulla diagnosi prima ancora che sulle possibili soluzioni.
La crisi delle Telco italiane è reale. È meno evidente, invece, che coincida con una crisi dell’intera industria digitale
Per anni abbiamo osservato la riduzione dei ricavi degli operatori tradizionali, la pressione competitiva sui prezzi, la contrazione dell’occupazione e le difficoltà nel remunerare gli investimenti infrastrutturali.
Questi fenomeni sono stati spesso interpretati come indicatori del progressivo impoverimento del settore.
Eppure, nello stesso periodo, una parte delle attività precedentemente svolte all’interno delle Telco è stata trasferita ad altre imprese, mentre nuovi soggetti hanno conquistato posizioni rilevanti nella catena del valore digitale.
Il problema, dunque, non è soltanto quanto valore sia stato perso, ma anche dove si sia spostato quello che prima era concentrato negli operatori.
È una distinzione fondamentale per comprendere quale politica industriale serva davvero.
Il valore non è soltanto scomparso: si è redistribuito
Negli ultimi quindici anni il settore italiano delle telecomunicazioni ha attraversato una profonda trasformazione industriale.
Attività un tempo integrate verticalmente negli operatori sono oggi distribuite tra società infrastrutturali, tower company, fornitori tecnologici, system integrator e imprese specializzate nella gestione dei servizi.
INWIT e Cellnex rappresentano una parte significativa dell’evoluzione delle infrastrutture mobili.
FiberCop e Open Fiber operano nel mercato delle infrastrutture di accesso fisso.
Parallelamente, molte funzioni tecniche, operative e commerciali sono state progressivamente affidate a soggetti esterni.
Questo processo ha modificato il perimetro economico e occupazionale delle Telco tradizionali.
Non significa che tutti i ricavi perduti dagli operatori siano semplicemente ricomparsi nei bilanci di altre aziende. Una parte della contrazione deriva dalla competizione sui prezzi, dalla pressione sui margini e da trasformazioni strutturali della domanda.
Inoltre, i ricavi delle imprese della filiera non possono essere sommati indiscriminatamente, perché si rischierebbe di contabilizzare più volte le stesse attività.
Significa, però, che misurare la salute dell’industria digitale attraverso i soli bilanci degli operatori di telecomunicazioni restituisce una rappresentazione parziale.
Anche i dati più recenti invitano a una lettura articolata
Secondo AGCOM, nel 2025 le risorse complessive delle comunicazioni elettroniche hanno raggiunto 29,53 miliardi di euro, rispetto ai 27,85 miliardi del 2021, con una crescita del 6% nel periodo.
Nello stesso arco temporale, tuttavia, i ricavi della rete mobile si sono ridotti dell’11,4%, mentre quelli della rete fissa sono cresciuti del 20%.
Non siamo quindi di fronte a un mercato uniformemente in contrazione.
Siamo di fronte a segmenti che seguono dinamiche differenti, mentre il valore digitale si distribuisce lungo una filiera sempre più articolata.
Naturalmente, la crescita dei ricavi aggregati non equivale automaticamente a un miglioramento della redditività.
La sostenibilità degli investimenti, la capacità di generare cassa e la remunerazione del capitale rimangono questioni centrali.
Questa osservazione non ridimensiona le difficoltà degli operatori. Impone, piuttosto, di distinguere la sostenibilità delle Telco dalla competitività dell’intero ecosistema.
Il problema più profondo è la perdita di competenze
Se la redistribuzione del valore ha modificato la struttura economica del settore, un secondo fenomeno merita altrettanta attenzione: la trasformazione del patrimonio di competenze.
Per decenni le grandi Telco hanno rappresentato importanti centri di sviluppo tecnologico, ingegneria, ricerca e innovazione. Disponevano di strutture interne capaci di progettare reti, sviluppare piattaforme, gestire sistemi complessi e governare direttamente una parte significativa della propria catena tecnologica.
Nel tempo, molte di queste attività sono state esternalizzate, ridimensionate o trasferite verso aziende specializzate.
L’esternalizzazione non è necessariamente un errore industriale.
Può migliorare l’efficienza, favorire la specializzazione e consentire alle imprese di concentrarsi sulle attività nelle quali possiedono un vantaggio competitivo.
Diventa però problematica quando, insieme all’attività operativa, si perde anche la capacità di comprenderla, indirizzarla e governarla.
Esiste una differenza sostanziale tra acquistare una competenza sul mercato e conservare la capacità industriale di governarla
È una distinzione che oggi assume un’importanza crescente.
Cloud, cybersecurity, intelligenza artificiale, edge computing e automazione stanno modificando il funzionamento delle infrastrutture digitali.
La rete non è più soltanto un insieme di apparati e collegamenti: è parte di un sistema distribuito nel quale infrastrutture, software, dati e servizi devono operare in modo integrato.
In questo scenario, possedere asset infrastrutturali non garantisce automaticamente il controllo tecnologico dell’intero servizio.
Un operatore può mantenere la proprietà della rete e dipendere da soggetti esterni per piattaforme, sistemi di sicurezza, orchestrazione e capacità di innovazione.
Il rischio non è soltanto economico. È strategico.
Un’impresa che perde progressivamente la capacità di governare le proprie dipendenze tecnologiche può diventare meno autonoma nelle scelte industriali, anche quando continua a detenere infrastrutture rilevanti.
Per questo ritengo che il tema delle competenze debba assumere una centralità diversa nel dibattito sul rilancio delle telecomunicazioni.
Non basta finanziare programmi di formazione generici.
Occorre comprendere quali capacità tecnologiche gli operatori intendano presidiare direttamente, quali possano essere sviluppate attraverso partnership e quali siano realmente distintive per il proprio posizionamento futuro.
La riqualificazione professionale deve discendere da questa strategia, non sostituirla.
Anche la tutela dell’occupazione richiede uno sguardo più ampio.
Difendere il lavoro significa certamente garantire diritti, salari e strumenti di accompagnamento, ma significa anche creare le condizioni affinché le professionalità possano evolvere verso attività capaci di generare valore nel tempo.
In questo senso, la formazione non dovrebbe essere considerata soltanto uno strumento per gestire gli esuberi o accompagnare le riorganizzazioni, ma una componente strutturale della strategia industriale.
La domanda, allora, diventa inevitabile: le Telco hanno perso soltanto attività e persone oppure, in alcuni ambiti, anche la capacità di decidere e governare l’evoluzione tecnologica dei servizi che offrono?
Quale politica industriale: scegliere tra sostenere gli operatori o trasformare il settore
La richiesta di un intervento pubblico avanzata dalle organizzazioni sindacali pone una questione legittima.
Le telecomunicazioni sono infrastrutture essenziali.
Sostengono l’economia, la pubblica amministrazione, la sicurezza e la continuità dei servizi.
La loro rilevanza sistemica giustifica un’attenzione specifica da parte delle istituzioni.
Ma una politica industriale non può limitarsi a intervenire sulle condizioni economiche degli operatori esistenti.
Riduzione dei costi energetici, condizioni più favorevoli per il rinnovo delle frequenze, incentivi agli investimenti e strumenti per la formazione possono contribuire a migliorare la sostenibilità del settore.
Sono misure da valutare nel merito, considerando benefici, costi e condizioni di applicazione.
Non rispondono, però, automaticamente alla domanda più importante: quale industria delle telecomunicazioni vogliamo costruire nei prossimi dieci o quindici anni?
Se l’obiettivo fosse soltanto preservare l’attuale configurazione del mercato, il rischio sarebbe quello di destinare risorse alla conservazione di modelli industriali che la trasformazione tecnologica sta già mettendo in discussione.
Una politica industriale dovrebbe invece collegare gli eventuali sostegni pubblici a obiettivi verificabili: investimenti, sviluppo di competenze, capacità di innovazione, qualità dei servizi e rafforzamento della resilienza digitale.
Dovrebbe inoltre riconoscere che la competizione non si esaurisce più nel mercato tradizionale della connettività.
Le reti fisse e mobili continuano a essere fondamentali, ma convivono con infrastrutture satellitari, data center, cloud, capacità computazionale e nuove piattaforme tecnologiche.
Sopra queste infrastrutture si sviluppano servizi digitali, applicazioni, dati, intelligenza artificiale e sistemi di orchestrazione che contribuiscono in misura crescente alla creazione del valore.
È in questo rapporto tra infrastruttura e servizi che si sta ridefinendo il ruolo dell’operatore digitale
Le Telco possono continuare a svolgere una funzione centrale, ma devono dimostrare di possedere le capacità industriali necessarie per competere in questo nuovo contesto.
E non saranno necessariamente le sole imprese a farlo.
Cloud provider, operatori satellitari, società energetiche, cybersecurity specialist e system integrator possono assumere ruoli sempre più rilevanti nell’integrazione delle infrastrutture e nell’erogazione dei servizi.
La prospettiva non è quella di sostituire le Telco con altri soggetti, ma di riconoscere che il mercato sta diventando più articolato e contendibile.
Anche il consolidamento tra operatori, spesso indicato come una delle possibili risposte alla crisi, va letto in questa prospettiva.
Una minore frammentazione può contribuire a migliorare la capacità di investimento, ma non garantisce di per sé innovazione, nuove competenze o maggiore competitività nei servizi digitali.
Meno operatori tradizionali non deve necessariamente significare meno concorrenza.
Può significare una diversa configurazione della competizione, con più soggetti capaci di costruire valore attraverso le infrastrutture.
Dalla difesa del settore alla costruzione del futuro
Nel dibattito del Forum Nazionale delle Telecomunicazioni emerge una convergenza importante: imprese e organizzazioni sindacali riconoscono la necessità di una strategia industriale e di investimenti nelle competenze.
Anche Asstel richiama l’esigenza di costruire un sistema digitale evoluto per il Paese, andando oltre le esigenze della singola filiera.
È un’impostazione che merita di essere sviluppata.
Il punto, tuttavia, è tradurre questa visione in scelte industriali concrete, evitando che il confronto rimanga concentrato prevalentemente sulla sostenibilità economica degli operatori storici.
La trasformazione del settore richiede certamente responsabilità pubbliche, ma anche responsabilità manageriali.
Per anni molte imprese hanno privilegiato strategie di efficientamento, razionalizzazione e riduzione dei costi.
Scelte talvolta necessarie, che non sempre sono state accompagnate da investimenti altrettanto incisivi nello sviluppo di nuove capacità tecnologiche e commerciali.
Oggi non basta chiedere condizioni più favorevoli per continuare a operare. Occorre dimostrare come quelle condizioni possano tradursi in un progetto industriale credibile.
La politica può creare un contesto favorevole, sostenere gli investimenti e accompagnare la transizione occupazionale.
Non può sostituirsi alle imprese nella definizione delle loro strategie, né ricostruire per decreto competenze che richiedono anni di investimenti e sviluppo.
Allo stesso tempo, le organizzazioni sindacali possono svolgere un ruolo decisivo nel promuovere percorsi di trasformazione professionale, evitando che il cambiamento tecnologico venga affrontato soltanto quando produce effetti occupazionali.
La sfida, in definitiva, non consiste nel difendere un perimetro industriale immutabile.
Consiste nel costruire un ecosistema nel quale infrastrutture, competenze e servizi possano evolvere insieme, generando nuova capacità competitiva e nuove opportunità di lavoro.
Perché salvaguardare l’industria delle telecomunicazioni non dovrebbe significare conservare le Telco come le abbiamo conosciute, ma creare le condizioni affinché continuino ad avere un ruolo rilevante nell’industria digitale che verrà.






















