Nel 2025 il CSIRT Italia dell’Agenzia per la Cybersicurezza nazionale ha gestito 2.729 eventi cyber, contro i 1.979 del 2024: un aumento del 38%.
Gli incidenti con impatto confermato sono stati 615, circa 51 al mese, mentre le notifiche sono salite da 450 a 661.
Le vittime complessivamente coinvolte hanno raggiunto quota 3.907.
Le sfide della normativa NIS2 e il divario di competenze
L’attività preventiva ha prodotto 46.867 comunicazioni di allerta, 5.853 segnalazioni puntuali di vulnerabilità e la condivisione di oltre 800mila indicatori di compromissione che dimostrano due cose: la minaccia cresce, ma una risposta organizzata può contenerne gli effetti.
La disciplina NIS2 coinvolge in Italia oltre 20 mila organizzazioni nei settori strategici: energia, trasporti, sanità, finanza, telecomunicazioni, acqua, pubblica amministrazione e infrastrutture digitali.
La struttura pubblica non puo mantenere stabilmente tutte le competenze necessarie.
In Europa mancano 300mila professionisti della cybersicurezza.
Ecco perché l’Italia dovrebbe creare una vera Riserva cyber nazionale, composta inizialmente da almeno 3.000 specialisti civili, espandibili fino a 10 mila nelle crisi più gravi.
Informatici, analisti di malware, esperti di reti, crittografia, intelligenza artificiale, telecomunicazioni e infrastrutture industriali provenienti da aziende, università, centri di ricerca e pubbliche amministrazioni.
Il modello operativo proposto
Non hacker mercenari, ma personale selezionato, accreditato e richiamabile sotto comando pubblico. Il modello potrebbe prevedere:
- un nucleo operativo permanente;
- unità regionali e settoriali;
- almeno due esercitazioni nazionali ogni anno;
- obblighi di reperibilità durante le emergenze;
- formazione continua e certificazioni comuni;
- tutela del posto di lavoro per gli specialisti richiamati;
- compensi, responsabilità e regole d’ingaggio stabiliti per legge.
Governance: pubblico e privato in sinergia
La direzione dovrebbe coinvolgere ACN e Difesa, con Polizia postale e apparati d’intelligence secondo le rispettive competenze. Ai privati spetterebbe fornire tecnologie e professionalità; allo Stato definire obiettivi, autorizzazioni e limiti.
Le eventuali capacità offensive dovrebbero restare esclusivamente dentro una catena di comando pubblica.
Dalla teoria alla pratica: la Strategia Difesa 2026-2030
La Strategia digitale della Difesa 2026-2030 prevede esplicitamente una riserva cyber formata da professionalità provenienti dall’università, dalla ricerca e dall’industria.
L’atto di indirizzo della Difesa del luglio 2026 parla inoltre di una riserva modulabile, scalabile e pronta a intervenire nelle emergenze nazionali.
Serve ora trasformare l’indirizzo in struttura operativa.
Una riserva di questo tipo permetterebbe di moltiplicare rapidamente le capacità dello Stato, trattenere i talenti, sostenere la filiera tecnologica nazionale e ridurre i fornitori stranieri.
Serve sovranità nazionale, continuità economica e difesa delle istituzioni.
L’Italia possiede le competenze: deve organizzarle.




















