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Da tempo diversi analisti fanno notare come in Cina si stia passando dai Giochi mondiali dei robot ai campi d’addestramento militare.
Si registra, infatti, un’ accelerazione dell’integrazione degli automi umanoidi nell’apparato di difesa, con l’obiettivo di affiancarli alle truppe e impiegarli nei contesti ad alto rischio della guerra urbana, come edifici, tunnel o interni delle navi.
Si assiste, in sostanza, alla volontà ben precisa di trasformare questi sistemi da semplici strumenti di supporto e ricognizione a veri e propri combattenti primari da parte di un Paese che controlla gran parte della produzione globale di robotica.
Se è vero che limiti tecnici legati all’autonomia della batteria e alla stabilità sui terreni accidentati ne frenano l’impiego immediato, è altrettanto innegabili che le analisi di settore prevedono scenari operativi concreti entro pochi anni.
D’altra parte percorso non dissimile è quello intrapreso dagli Stati Uniti finalizzato allo sviluppo di capacità umane militarizzate negli scenari offensivi e difensivi.
Sul piano giuridico quest’evoluzione solleva diverse questioni di natura penale e di diritto internazionale umanitario.
Si fa notare, infatti, che se da un lato l’impiego di macchine sacrificabili limita la perdita di vite umane tra i soldati, dall’altro vi sono interrogativi complessi sul rispetto dei principi di proporzionalità e sulla capacità degli algoritmi di distinguere i combattenti dai civili o di interpretare i segnali di resa.






















