L’Europa ha eliminato i sovrapprezzi del roaming per chi viaggia, ma non le frontiere commerciali della telefonia mobile.
Dal 2017 possiamo utilizzare il telefono negli altri Paesi dell’Unione alle condizioni nazionali, entro i limiti previsti dalle regole sull’uso corretto. Un cittadino italiano che volesse acquistare un’offerta polacca o francese e utilizzarla stabilmente in Italia incontra invece ancora ostacoli commerciali e regolamentari.
È questa la contraddizione che la proposta dell’eurodeputato Michał Kobosko, relatore del Parlamento europeo sul Digital Networks Act (DNA), offre l’occasione di affrontare.
Il progetto di relazione prospetta una riduzione dei massimali wholesale per il roaming dati e una revisione delle salvaguardie contro il roaming permanente. Ma la questione va oltre le tariffe: perché un mercato di circa 450 milioni di consumatori continua a funzionare, nella telefonia mobile, prevalentemente come una somma di mercati nazionali?
Prima il mercato unico, poi il consolidamento
Da anni l’Europa discute della frammentazione delle telecomunicazioni e della necessità di creare operatori più grandi. La risposta prevalente è favorire fusioni e acquisizioni per raggiungere maggiori economie di scala.
Ma perché la dimensione europea dovrebbe passare necessariamente attraverso la concentrazione delle imprese?
Prima di discutere di consolidamento degli operatori, dovremmo creare un mercato nel quale ogni operatore possa competere per tutti i consumatori europei.
Occorre distinguere due forme di scala. Le fusioni nazionali possono generare economie infrastrutturali, condividendo spettro, siti e investimenti. La concorrenza paneuropea nei servizi può invece produrre economie commerciali e organizzative: piattaforme informatiche, distribuzione digitale, assistenza clienti e offerte su scala continentale.
La prospettiva è un mercato nel quale le reti continuano a essere sviluppate e remunerate nei Paesi in cui operano, mentre i servizi possono essere commercializzati in tutta Europa.
Un operatore francese non dovrebbe necessariamente acquistare un concorrente italiano per offrire servizi ai consumatori italiani. Potrebbe utilizzare le reti esistenti attraverso accordi wholesale, oggi prevalentemente commerciali e in alcuni casi imposti come rimedi dalle autorità della concorrenza.
Questo modello non sostituirebbe gli investimenti infrastrutturali, ma amplierebbe la concorrenza nei servizi e le opportunità di crescita degli operatori europei.
Il prezzo wholesale è la chiave
La principale obiezione riguarda la sostenibilità economica. Se un operatore polacco vende un abbonamento a un cliente residente in Italia, una rete italiana dovrà trasportarne il traffico e dovrà essere adeguatamente remunerata.
Applicando il massimale wholesale vigente di 1,10 euro per gigabyte a un consumo di 50 GB mensili, il costo teorico raggiungerebbe 55 euro. Anche ipotizzando una tariffa di 40 centesimi, si arriverebbe a 20 euro. Non si tratta dei prezzi necessariamente negoziati tra operatori, ma di esempi che mostrano i limiti economici di un modello di roaming permanente fondato sui massimali attuali.
Una semplice riduzione delle soglie non basterebbe quindi a costruire un mercato paneuropeo.
Per l’utilizzo permanente proponiamo un modello wholesale basato sul criterio retail-minus, prendendo come riferimento offerte domestiche comparabili del Paese ospitante e deducendo i costi commerciali evitabili.
BEREC, l’organismo dei regolatori europei delle comunicazioni elettroniche, dovrebbe definire una metodologia comune, verificandone la coerenza con i costi efficienti delle reti, la sostenibilità degli investimenti e l’assenza di discriminazioni tra operatori nazionali e transfrontalieri.
Non occorre partire da zero. Il regolamento europeo del 2012 ha già introdotto un obbligo di accesso wholesale per il roaming. La sfida è estendere e adattare questo quadro a servizi commercializzati stabilmente oltre frontiera, senza confondere il roaming temporaneo con l’accesso permanente alle reti.
La numerazione: l’ostacolo da superare
Un cittadino italiano potrebbe acquistare una SIM polacca, ma utilizzare stabilmente un numero polacco in Italia comporterebbe inconvenienti per chi lo chiama e per i servizi che richiedono un numero nazionale.
La soluzione dovrebbe essere consentire a un operatore stabilito in un altro Stato membro di ottenere e assegnare numeri del Paese di residenza del cliente, direttamente o attraverso accordi con operatori locali, rispettando gli obblighi applicabili.
Un operatore europeo dovrebbe poter offrire un numero italiano senza possedere necessariamente una rete mobile in Italia.
Il paradosso è evidente: oggi un turista può acquistare online una eSIM dati utilizzabile in diversi Paesi europei, anche da un rivenditore extraeuropeo. Un cittadino europeo incontra invece ostacoli quando vuole sottoscrivere stabilmente un’offerta mobile completa di un operatore stabilito in un altro Stato membro.
La tecnologia ha già superato molte frontiere. Il mercato e le regole devono seguirla.
Le preoccupazioni degli operatori
L’associazione che rappresenta i principali operatori europei di telecomunicazioni, ha espresso preoccupazione per le modifiche prospettate da Kobosko, ritenendo che possano indebolire gli incentivi agli investimenti e compromettere l’equilibrio del roaming gratuito.
Sono obiezioni da prendere sul serio. Ma la risposta non dovrebbe essere conservare le restrizioni territoriali: dovrebbe essere costruire un sistema nel quale l’apertura dei mercati non penalizzi chi investe.
Il principio è semplice. Gli operatori che utilizzano una rete devono contribuire equamente ai suoi costi, mentre chi investe nelle infrastrutture non dovrebbe poter utilizzare il controllo della rete per ostacolare ingiustificatamente la concorrenza nei servizi.
È su questo equilibrio, non sulla permanenza delle frontiere commerciali, che dovrebbe concentrarsi il confronto tra regolatori, istituzioni e industria.
Un passaporto europeo che deve diventare effettivo
Il Digital Networks Act della Commissione punta a semplificare l’autorizzazione degli operatori e a facilitarne l’attività transfrontaliera. Ma la semplificazione amministrativa, da sola, non garantisce la possibilità di competere: occorrono anche condizioni effettive di accesso alle reti e alla numerazione nazionale.
Il Parlamento europeo dovrebbe completare questa impostazione con un obiettivo concreto, che proponiamo di fissare al 2030: entro quella data, ogni consumatore europeo dovrebbe poter sottoscrivere un servizio mobile presso un operatore stabilito in qualsiasi Stato membro, mantenere un numero nazionale e utilizzare stabilmente il servizio nel proprio Paese.
Per raggiungere questo traguardo servirebbero regole comuni sull’accesso wholesale, sulla portabilità, sull’identificazione dei clienti, sui servizi di emergenza e sulla prevenzione delle frodi, insieme a condizioni economiche sostenibili.
Il Digital Networks Act offre l’occasione per trasformare la libertà di prestazione transfrontaliera in una possibilità concreta per imprese e cittadini.
Per troppo tempo abbiamo cercato di costruire un settore europeo delle telecomunicazioni partendo soprattutto dalle dimensioni delle imprese. È arrivato il momento di partire anche dalla dimensione del mercato e dalla libertà dei consumatori.
Non servono soltanto operatori europei più grandi. Serve un mercato europeo più grande per tutti gli operatori.






















