Quanta libertà per quanta sicurezza?
Ogni volta che una società affronta una minaccia grave, emerge la stessa domanda: quanta libertà siamo disposti a sacrificare in nome della sicurezza?
Per molto tempo la tensione si è giocata su strumenti tradizionali: controlli di polizia, intercettazioni, sorveglianza fisica.
Oggi lo scenario è cambiato radicalmente.
La sicurezza contemporanea si gioca nello spazio digitale e vive di dati. Ma prima di arrivare alle infrastrutture critiche e alla sicurezza nazionale, conviene partire dal luogo dove l’osservazione algoritmica è già esperienza comune: il posto di lavoro.
Il lavoro come laboratorio algoritmico
Sempre più organizzazioni utilizzano sistemi automatizzati per selezionare il personale, valutare le performance, monitorare la produttività, gestire i turni, assegnare le attività.
Molti di questi strumenti promettono efficienza, neutralità e velocità decisionale.
Ma una persona, quando non comprende come viene valutata, quali dati vengono utilizzati e quali logiche influenzano la decisione, inizia progressivamente a perdere il controllo sul proprio percorso professionale.
Il recruiting automatizzato è l’esempio più studiato.
Un algoritmo può scartare candidati sulla base di correlazioni statistiche opache: provenienza geografica, stile linguistico, frequenza dei cambi di lavoro, attività social.
Dalla cronaca sappiamo che Amazon abbandonò nel 2017 il proprio sistema sperimentale di selezione dei curriculum, dopo essersi accorta, due anni prima, che penalizzava le candidature femminili: il modello aveva imparato dai dati di assunzione del passato e ne aveva assorbito i pregiudizi.
La gig economy ha reso il problema visibile a tutti.
In Italia, il Tribunale di Bologna, con ordinanza del 31 dicembre 2020, ha ritenuto discriminatorio l’algoritmo di prenotazione dei turni di una piattaforma di food delivery, che penalizzava i rider assenti senza distinguere tra chi non si presentava per pigrizia e chi esercitava un diritto, come lo sciopero o la malattia.
Il sistema non era stato progettato per discriminare; semplicemente, non era stato progettato per capire la differenza.
Il problema, però, non riguarda solo la discriminazione.
Riguarda l’asimmetria di potere informativo: la persona viene giudicata da sistemi che conoscono moltissimo di lei, mentre lei non conosce quasi nulla del funzionamento del sistema.
C’è poi un effetto ulteriore, più sottile: chi sa di essere costantemente misurato tende a modificare linguaggio, relazioni, espressione del dissenso.
In un ambiente in cui le persone si sentono continuamente analizzate e classificate, l’autodeterminazione inizia lentamente a restringersi, anche se nessuno ha imposto alcunchè.
La falsa contrapposizione tra sicurezza e libertà
Allargando lo sguardo dal singolo ufficio all’intera società, la stessa tensione si ripresenta su scala più ampia.
Qui uno degli errori più diffusi consiste nel presentare sicurezza e libertà come valori incompatibili.
Questa è una rappresentazione sbagliata e pericolosa.
Senza sicurezza non esiste libertà reale: una società incapace di proteggere reti energetiche, sistemi sanitari, trasporti e dati strategici espone le persone a rischi enormi.
Tuttavia, esiste anche il problema opposto: una sicurezza costruita senza limiti comprime progressivamente vita privata, libertà di espressione, anonimato, dissenso, autonomia decisionale.
La vera questione, quindi, non è scegliere tra i due valori, ma governare il punto di equilibrio.
Questo è esattamente ciò che prova a fare il diritto unionale: l’articolo 52 della Carta dei diritti fondamentali stabilisce che ogni limitazione dei diritti dev’essere prevista dalla legge, rispettarne il contenuto essenziale, osservare il principio di proporzionalità e perseguire finalità realmente necessarie di interesse generale.
In sintesi: si può limitare, ma non bisogna mai svuotare.
Le minacce sono reali
Per capire il problema bisogna partire da un dato di realtà: le minacce cyber contemporanee sono concrete, non ipotetiche.
Attacchi ransomware hanno bloccato ospedali, costringendo a rinviare interventi: accadde su scala globale già nel 2017 con il famosissimo WannaCry, che mise in ginocchio, tra gli altri, parte del sistema sanitario britannico.
Compromissioni informatiche possono interrompere reti energetiche, campagne di disinformazione possono destabilizzare processi democratici, attacchi alle supply chain possono paralizzare interi settori.
La sicurezza digitale è oggi una condizione di stabilità sociale.
La direttiva NIS 2 nasce proprio da questa consapevolezza. Il suo obiettivo è garantire resilienza organizzativa e continuità dei servizi essenziali.
La questione è che per proteggere sistemi complessi bisogna inevitabilmente monitorare: log, eventi, anomalie, comportamenti di rete, indicatori di compromissione.
Qui la tensione si intensifica, perché gli stessi strumenti che difendono le infrastrutture possono diventare strumenti invasivi di controllo.
Dalle telecamere che guardano ai sistemi che interpretano
La trasformazione più evidente riguarda la videosorveglianza.
Un tempo le telecamere registravano immagini; oggi i sistemi più evoluti riconoscono volti, tracciano movimenti, rilevano comportamenti anomali, analizzano posture, arrivano anche a stimare stati emotivi.
Il paradigma è cambiato. La videosorveglianza tradizionale osservava e registrava i fatti. Quella intelligente cerca di interpretare i comportamenti e, attraverso di essi, le persone.
Pensiamo a un grande evento organizzato in una piazza.
Un sistema di intelligenza artificiale può segnalare oggetti abbandonati, movimenti anomali della folla, comportamenti violenti o accessi ad aree riservate.
Queste funzioni possono aiutare a proteggere i partecipanti e a gestire rapidamente le emergenze.
Lo stesso sistema, però, se non viene governato in modo corretto, può seguire gli spostamenti delle persone, classificarne i comportamenti e trasformare uno spazio pubblico in un luogo di osservazione permanente.
Su questi aspetti il GDPR e il principio di proporzionalità diventano decisivi.
Non basta chiedersi se sia utile raccogliere quei dati; occorre anche verificare se la raccolta sia davvero necessaria, proporzionata e giustificata rispetto alla finalità perseguita.
Nella pratica, la differenza tra un sistema legittimo e uno invasivo si gioca sulle misure adottate: campo visivo circoscritto, tempi di conservazione brevi, accessi tracciati, controllo umano delle segnalazioni e valutazione d’impatto prima dell’attivazione del sistema.
Non a caso, l’AI Act prevede alcune delle regole più severe proprio per l’identificazione biometrica remota negli spazi accessibili al pubblico.
La lezione del 1983 e il rischio dell’assuefazione
C’è un effetto che non riguarda ciò che la sorveglianza fa dei dati, ma ciò che fa alle persone. Lo comprese con straordinaria lucidità la Corte costituzionale tedesca nella storica sentenza sul censimento del 15 dicembre 1983: l’incertezza su quali informazioni vengano raccolte e su come vengano usate produce un effetto di autocensura incompatibile con una società democratica libera.
Da quella pronuncia nacque il concetto di autodeterminazione informativa.
Oltre quarant’anni dopo, quella riflessione resta attualissima, con una differenza: allora si temeva un questionario dello Stato, oggi l’osservazione è continua, capillare e in gran parte privata.
E ogni tecnologia di sorveglianza tende a normalizzarsi: ciò che appare eccezionale diventa ordinario.
È già successo con la geolocalizzazione continua, con il tracciamento online, con la profilazione commerciale.
Il rischio più grande, quindi, non è soltanto l’abuso immediato ma l’assuefazione culturale: quando le persone considerano normale essere costantemente osservate, profilate e valutate da sistemi automatizzati, la compressione dell’autodeterminazione non appare più come un problema.
Conclusioni
La sicurezza è una necessità imprescindibile: nessuna infrastruttura critica e nessun sistema democratico sopravvive senza capacità di protezione e resilienza.
Proprio per questo motivo, la sicurezza deve restare ancorata ai diritti fondamentali.
La questione non è impedire ogni forma di controllo – sarebbe impossibile e irresponsabile – ma evitare che la logica della protezione degeneri in un ecosistema di sorveglianza permanente.
La qualità di una democrazia si misura anche dalla capacità di proteggere senza annullare la libertà che intende difendere.
Come farlo concretamente – con quali principi, quali norme e quali responsabilità – è il tema dell’ultimo articolo di questa serie.
Questo articolo è stato elaborato con il supporto di sistemi di intelligenza artificiale; ideazione, contenuti, valutazioni e conclusioni sono frutto del lavoro intellettuale dell’autore, che li ha verificati e ne assume la piena responsabilità editoriale (art. 50 Reg. UE 2024/1689 – AI Act; legge 23 settembre 2025, n. 132).




















