A Milano alcuni dipendenti Atm avrebbero condiviso in una chat WhatsApp fotogrammi di passeggere tratti dalle telecamere di sorveglianza e fatto commenti sessisti.
Come è nato il caso ATM?
Come si è venuto a sapere? Grazie alla segnalazione di una passeggera, amplificata da un’ attivista per i diritti delle donne.
Problema giuridico legato alla riservatezza. Se i fatti fossero confermati ci troveremmo di fronte a una gravissima violazione del GDPR e del Codice della Privacy.
I sistemi di videosorveglianza sui mezzi pubblici sono legittimi solo perché installati per scopi specifici e tassativi, come la sicurezza dei trasporti e la prevenzione dei reati.
Utilizzare quelle immagini per scopi privati, ludici o denigratori configura un chiaro “illecito trattamento dei dati” per totale distorsione della finalità originaria.
Il tempestivo esposto al Garante per la Privacy servirà proprio a chiarire come sia stato possibile bypassare i sistemi di protezione centralizzati.
Quali reati rischiano i dipendenti ATM coinvolti?
Eventuali altre fattispecie di reato configurabili. Se venisse confermato che i dipendenti hanno estratto i fotogrammi dai sistemi aziendali, si potrebbe ipotizzare il reato di accesso abusivo a un sistema informatico o telematico, aggravato dallo status di incaricati di pubblico servizio.
Inoltre la condivisione in una chat di gruppo di immagini intime o dettagli anatomici non consensuali, accompagnata da commenti volgari, potrebbe configurare il reato di diffamazione o quello di molestie, senza contare le pesanti ricadute sul piano del diritto del lavoro, dove il licenziamento per giusta causa appare come sanzione disciplinare possibile.






















