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Israele ha delineato in modo chiaro la propria strada verso lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale, con un volume di exit nel 2025 che ha raggiunto i 58,8 miliardi di dollari per le startup nazionali.
Attraverso le parole del vice direttore dell’Israel AI Directorate, Shahar Bracha, illustra una visione strategica ben diversa dai modelli americano, cinese ed europeo, basata su un approccio olistico e pragmatico.
Il concetto di Lived AI si colloca al centro del Piano nazionale israeliano.
In quest’ottica la reale sfida globale non risiede nella pura potenza di calcolo o nella teoria informatica, ma nella capacità di portare i modelli teorici nella vita reale, rendendoli affidabili per un medico in corsia, per la gestione di una rete elettrica o per il lavoro di un agricoltore.
Si tratta di un piano che focalizza l’attenzione su cinque concetti chiave:
- affidabilità;
- aderenza ai bisogni professionali;
- integrazione con il mondo fisico;
- sostenibilità economica;
- sicurezza informatica.
In questo scenario lo Stato agisce da catalizzatore e primo cliente istituzionale senza puntare a un finanziamento pubblico integrale.
La quota maggiore delle risorse va a coprire gli ambiti in cui il capitale privato da solo non potrebbe competere, dalla creazione di una base sovrana di acceleratori avanzati fino allo sviluppo del calcolo quantistico, lasciando la proprietà intellettuale interamente agli imprenditori a patto che l’implementazione e l’impatto avvengano sul territorio nazionale.
Sul piano operativo, ruolo fondamentale è quello del National Institute for Impact-Driven AI (NIIA) che guida l’accelerazione dei progetti, affiancando fin dall’inizio un responsabile business a un partner esecutivo.
L’innovazione si focalizza in particolare sull’AI fisica e sulla creazione della Israeli Safety Card, un nuovo standard per la certificazione e la sicurezza dei sistemi autonomi.






















