Scegli l'Assistente
La capillarità e l’aggressività degli strumenti impiegati sono dimostrati da diversi episodi.
Deepfake, avatar e disinformazione: gli episodi del conflitto digitale
Si sono registrate falsificazioni video diffuse sui canali ufficiali per far leva su sentimenti identitari, simulazioni digitali di arresti mai avvenuti a danno dei magistrati della Corte Suprema, fino alle immagini sintetiche di scenari di crisi geopolitica diffuse a ridosso del voto con la precisa finalità di mobilitare l’elettorato attraverso la gestione della paura.
Il “ fango “ digitale ha visto l’affiancamento di un impiego massiccio di reti di avatar fotorealistici gestiti da bot, telefonate automatizzate modellate sull’IA e strategie di disinformazione mirate a disincentivare la partecipazione al voto di specifiche minoranze.
L’intervento della Commissione Elettorale e i limiti dei watermark
La Commissione Elettorale Centrale è stata costretta ad intervenire d’urgenza, introducendo l’obbligo di inserimento di watermark visibili e la rimozione forzata dei contenuti ingannevoli con il supporto dei servizi di sicurezza.
C’è da dire,tuttavia, che l’obbligo di tracciabilità e le rimosse d’imperio possono arginare le alterazioni video più grossolane, ma non scalfiscono il vuoto normativo sull’uso dei chatbot conversazionali e sulla profilazione algoritmica privata.
Il vuoto normativo: chatbot e profilazione invisibile
E’ appena il caso, infatti, di sottolineare che quando i cittadini utilizzano i modelli di intelligenza artificiale per orientare la propria scelta di voto, esponendosi a bias inosservabili e non monitorabili dall’autorità pubblica, la manipolazione digitale smette di essere un semplice reato di diffamazione o una scorrettezza elettorale, trasformandosi in uno svuotamento progressivo delle garanzie democratiche.






















