La prospettiva di un computer quantistico capace di violare i sistemi di sicurezza su cui si regge la rete contemporanea sembra essere una prospettiva tanto preoccupante quanto realistica.
A marzo 2026, quando i ricercatori di Google Quantum AI, insieme ad altri collaboratori esterni, hanno pubblicato i risultati di un’indagine destinata a far discutere l’intera comunità della cybersecurity.
In un ambito in cui normalmente la condivisione dei dettagli tecnici sugli attacchi serve a rafforzare le difese, il team ha scelto una strada opposta, ovvero limitare in modo deliberato le informazioni disponibili al pubblico, ritenendo che quanto scoperto rappresentasse un rischio concreto.
Tuttavia, nel giro di appena tre giorni, la startup statunitense Eigen Labs, con sede a Seattle, è riuscita non solo a replicare quei risultati ma addirittura a superarli, sfruttando un approccio basato su crowdsourcing (una forma di collaborazione distribuita) e su sciami di agenti AI.
Alla base della questione c’è il potenziale dei computer quantistici, macchine a livello teorico in grado di risolvere problemi matematici in tempi di molto inferiori rispetto agli elaboratori classici.
Questo li rende particolarmente adatti a infrangere i sistemi crittografici attuali, che si fondano proprio sulla difficoltà computazionale di operazioni come la fattorizzazione di numeri molto grandi.
Già nel 1994 il matematico Peter Shor aveva dimostrato, con il suo famoso algoritmo, che un computer quantistico sufficientemente potente potrebbe decifrare rapidamente questi codici.
Oggi, anche se non esistono ancora dispositivi capaci di applicare tali attacchi su larga scala, la corsa globale allo sviluppo di hardware quantistico continua ad accelerare, con l’obiettivo di aumentare il numero di qubit, l’unità fondamentale dell’informazione quantistica.
I computer quantistici sono un pericolo concreto: le mosse dei governi
Nel frattempo, governi e istituzioni stanno correndo ai ripari. Gli Stati Uniti, ad esempio, hanno imposto alle agenzie federali di migrare verso sistemi di crittografia post-quantistica (PQC) entro la fine del 2030, almeno per quanto riguarda gli asset più sensibili.
Secondo quanto riportato dalla Casa Bianca nel giugno 2026, questa transizione è ormai considerata una priorità strategica. I risultati ottenuti da Google, Eigen Labs e altri gruppi di ricerca rafforzano ulteriormente l’urgenza di questo passaggio.
Per comprendere la portata dell’avanzamento, è utile guardare ai numeri. Nel 2025, Craig Gidney, ricercatore di Google Quantum AI, aveva stimato che un computer quantistico con meno di 1 milione di qubit sarebbe stato sufficiente per rompere la crittografia RSA a 2048 bit in meno di una settimana, riducendo di circa 20 volte le precedenti stime del 2019.
Successivamente, lo stesso filone di studio si è concentrato sulla crittografia a curva ellittica (ECC), utilizzata in contesti cruciali come le criptovalute Bitcoin ed Ethereum e nella sicurezza del traffico internet.
Il 30 marzo 2026, il team di Google ha annunciato un’ulteriore ottimizzazione dell’algoritmo di Shor, dimostrando che sarebbe possibile violare una chiave ECC a 256 bit utilizzando tra 1.200 e 1.450 qubit logici.
Considerando che ogni qubit logico richiede un insieme di qubit fisici per correggere gli errori, l’intero sistema potrebbe essere implementato con meno di 500.000 qubit superconduttori.
In queste condizioni, l’attacco potrebbe essere completato in un intervallo compreso tra 18 e 23 minuti. Anche in questo caso, si tratta di una riduzione di circa 20 volte rispetto alle stime precedenti.
Per confronto, il processore quantistico più avanzato attualmente disponibile, IBM Condor, conta 1.121 qubit fisici, un ordine di grandezza ancora lontano da queste soglie ma non più irraggiungibile nel lungo periodo.
I risultati della ricerca e la tecnica zero-knowledge proof
Come già accennato, la scelta più controversa degli esperti riguarda però il modo in cui questi risultati sono stati pubblicati.
Invece di rendere noti tutti i dettagli tecnici, i ricercatori hanno utilizzato una zero-knowledge proof, una tecnica crittografica che consente di dimostrare la validità di un risultato senza rivelare le informazioni necessarie a riprodurlo.
Come spiegato da André Schrottenloher dell’Inria Center presso l’Università di Rennes, si tratta probabilmente del primo caso in cui un lavoro di questo tipo viene divulgato con un approccio simile.
La decisione, secondo quanto dichiarato da Google sul blog ufficiale della compagnia, è stata presa dopo consultazioni con il governo degli Stati Uniti.
Non tutti gli esperti hanno però accolto positivamente questa scelta. Steven Galbraith, matematico dell’Università di Auckland, ha definito l’approccio interessante ma poco utile, sottolineando che i computer quantistici realmente pericolosi non sono imminenti.
Ancora più critico David Jao dell’Università di Waterloo, secondo cui l’uso delle zero-knowledge proof in ambito accademico è “inutile e futile”, perché ostacola la comprensione e la collaborazione, elementi fondamentali per il progresso scientifico.
Le sue parole sembrano trovare conferma negli eventi successivi.
Eigen Labs e la ricerca di Schrottenloher
A Seattle, il giovane ingegnere Gautham Anant, studente all’Università di Washington, ha deciso di provare a ricostruire i risultati di Google.
Analizzando la macchina virtuale utilizzata per verificare le prove, ha sviluppato un software in grado di valutare circuiti quantistici in base al numero di qubit e di porte logiche necessarie per attaccare ECC a 256 bit.
Insieme al ricercatore Gajesh Naik, ha poi implementato un sistema di agenti AI capaci di analizzare in modo automatico la letteratura scientifica e progettare circuiti sempre più efficienti.
Il passo decisivo è arrivato il primo giugno 2026, quando Eigen Labs ha lanciato una piattaforma pubblica che consentiva a chiunque di contribuire al progetto, collegando i propri agenti al repository condiviso.
Il sistema permetteva agli agenti di scambiarsi informazioni e migliorare progressivamente le soluzioni.
In sole 8 ore, la comunità ha raggiunto risultati equivalenti a quelli di Google e, in circa 72 ore, li ha superati.
Entro la fine di giugno, il circuito sviluppato attraverso questa rete aperta risultava più efficiente del 47,5% rispetto a quello iniziale.
Parallelamente, André Schrottenloher ha pubblicato in autonomia uno studio su arXiv in cui replicava i risultati di Google utilizzando fonti già disponibili.
Secondo il ricercatore, era inevitabile che accadesse: la ricerca in crittografia e algoritmi è fortemente guidata dalla curiosità e dalla competizione, e un risultato di tale portata non può restare nascosto a lungo.
L’opinione degli esperti
Sreeram Kannan, fondatore di Eigen Labs, interpreta questi eventi come una dimostrazione concreta del potenziale della scienza aperta basata su agenti AI.
Secondo lui, il modello tradizionale, in cui grandi aziende come OpenAI o Anthropic centralizzano la produzione scientifica, rischia di limitare il contributo collettivo.
Al contrario, una rete distribuita di ricercatori e agenti intelligenti può accelerare il progresso, riducendo i tempi da mesi a minuti.
Sam Jaques, professore all’Università di Waterloo, osserva che l’AI è particolarmente efficace nell’ottimizzazione su piccola scala, come nel caso dei circuiti quantistici, dove esistono numerosi margini di miglioramento difficili da individuare manualmente.
Alla luce di quanto accaduto, anche il già citato Craig Gidney ha rivisto la propria posizione, ammettendo in un intervento pubblico che la pubblicazione tramite zero-knowledge proof non rappresenta una strategia sostenibile: i benefici sono limitati, mentre i costi in termini di trasparenza e collaborazione sono elevati.
La velocità con cui i risultati sono stati replicati dimostra infatti che il vantaggio competitivo derivante dalla segretezza è, nella maggior parte dei casi, temporaneo.
Anche Dustin Moody del National Institute of Standards and Technology (NIST) ribadisce che la migrazione verso la crittografia post-quantistica era già necessaria prima di questi sviluppi, ma ora appare ancora più urgente.
Le scoperte di Google, Eigen Labs e altri gruppi stanno contribuendo a convincere anche i più scettici che non è più possibile rimandare.
In un contesto in cui la tecnologia evolve con grande rapidità e la collaborazione globale accelera i tempi della ricerca, la finestra per prepararsi all’era dei computer quantistici si sta restringendo in modo evidente.




















