Ucraina: un conflitto sempre più all’insegna di droni con volo autonomo e IA

Sciame di droni autonomi sul fronte ucraino

Sommario

Il tema è sempre più al centro dell’attenzione. Yaroslav Azhnyuk, specialista ucraino del settore ha tracciato un quadro inquietante del futuro uso dei droni. In un’intervista rilasciata a IEEE Spectrum, Yaroslav Azhnyuk, già fondatore ed ex CEO di Petcube (un’azienda californiana che produce telecamere smart per uso domestico) ha parlato del conflitto che sta vivendo il suo Paese e come questo sia caratterizzato da un massiccio utilizzo di droni avanzati e intelligenza artificiale. 

Un civile prestato alla guerra

L’ingegnere ucraino ha parlato di droni autonomi capaci di trasportare e proteggere altre unità di combattimento. In questo quadro, interi sciami di droni, gestiti dall’IA, risultano amministrati da un unico operatore umano. Yaroslav Azhnyuk ha espresso tutta la sua inquietudine affermando di aver voluto lasciare la compagnia fondata in California in seguito a quanto sta avvenendo in Ucraina, con l’obiettivo di offrire le proprie competenze per difendere il suo Paese.

Pur senza arruolarsi nell’esercito, Azhnyuk ha analizzato gli scenari di battaglia, trasformando droni, prima utili nel contesto della sorveglianza, in strumenti per trasportare esplosivi, ovvero armi potenzialmente letali. L’operato dell’ingegnere, di fatto, sembra aver cambiato in modo radicale non solo il conflitto tra Russia e Ucraina, ma anche lo stesso concetto di guerra.

I droni, parte integrante di ogni scenario di guerra

Un chiaro esempio di tutto ciò è quanto emerge dal più recente conflitto che vede contrapposti USA e Israele all’Iran. Tutte le parti coinvolte sembrano aver assunto strategie in cui i droni sono centrali. L’esercito persiano, d’altronde, sta facendo un uso massiccio dei famigerati droni Shahed, già utilizzati dalla Russia nel suddetto conflitto.

La guerra dei droni: IA e autonomia operativa

I droni sono uno strumento molto utile per contrastare nemici con un numero di uomini e risorse superiori. L’impiego di tali dispositivi, comporta una serie di tecniche e tattiche del tutto inedite per gli scenari di battaglia.

Soluzioni come jamming e spoofing, adottate per disorientare o abbattere i droni, sono oggi una consuetudine. Affiancate a queste tecniche vi è una nuova filosofia introdotta da Azhnyuk e il tuo team, ovvero la piena autonomia operativa dei droni.

Un drone che non dipende da un operatore remoto non ha un canale di comunicazione che possa essere interrotto o manipolato. Per ottenere questo risultato ambizioso, ovviamente, l’IA diventa essenziale.

Tecnologie e guerra moderna

Verso fine 2023, Azhnyuk ha fondando due aziende: The Fourth Law, che sviluppa algoritmi IA per aiutare i droni a resistere al jamming nella fase finale dell’attacco, e Odd Systems, specializzata in telecamere termiche per migliorare la percezione ambientale dei droni. Un cambio drastico rispetto ai prodotti per smart home di cui si occupava solo fino a pochi mesi prima.

Da allora, The Fourth Law ha fornito alle truppe nell’Ucraina orientale svariate migliaia di moduli per il funzionamento autonomo. Questi dispositivi costano circa 50 dollari ciascuno e, secondo Azhnyuk, aumentano fino a quattro volte il tasso di successo degli attacchi rispetto ai droni pilotati a mano da un operatore. E questo è solo l’inizio.

Azhnyuk è uno delle migliaia di sviluppatori di diversi paesi che stanno spingendo i confini della tecnologia dei droni. Tra i protagonisti di questo ecosistema di startup c’è anche Eric Schmidt, ex CEO di Google, la cui azienda Swift Beat produce moduli simili a quelli proposti da Azhnyuk.

L’insieme di questi sviluppi sta producendo sistemi basati su IA in grado di navigare riconoscendo la conformazione del terreno sottostante, identificare e inseguire bersagli senza intervento umano e, in prospettiva, comunicare tra loro attraverso reti mesh. Il tutto tramite un singolo coordinatore umano.

Secondo alcuni rapporti, tecnologie analoghe vengono sviluppate anche per droni navali: l’Ucraina ha già ottenuto risultati significativi in questo campo, distruggendo o danneggiando circa una dozzina di navi russe.

Per Azhnyuk, l’autonomia dei droni è una delle tecnologie belliche più impattanti di questo secolo. Se fino a pochi mesi fa questi dispositivi erano gestiti singolarmente, oggi un singolo specialista può lanciare e muovere 20, 50 o persino 100 droni in contemporanea. Un fattore di svolta per un esercito, come quello ucraino, che può contare su molto meno personale rispetto a quello russo.

Non solo: un alto livello di autonomia va a contrastare in modo efficace gli attacchi jammer. Questi vengono utilizzati per interrompere i collegamenti radio o alterare i segnali GPS. Di fatto, chi oggi deve far fronte a un attacco di droni, ha grande difficoltà nell’arrestare tali dispositivi senza interventi fisici. Va poi considerato che le enormi quantità di dati raccolte sui campi di battaglia ucraini stanno accelerando l’addestramento e la precisione degli algoritmi IA.

Non solo droni: IA e robot nei conflitti di oggi e di domani

L’esercito ucraino impiega decine di tipologie diverse di strumenti avanzati a guida autonoma, sia su terra che in mare. Se i droni aerei hanno ricevuto una così grande attenzione di impiego, ciò è stato generato innanzitutto dalla carenza di fanteria. Non a caso, già dal 2024 l’Ucraina ha iniziato a testare robot terrestri su ruote come parziale sostituto dei soldati umani.

All’inizio del 2026, migliaia di questi veicoli percorrono la cosiddetta “zona grigia” lungo il fronte orientale: la maggior parte trasporta rifornimenti o si occupa dell’evacuazione feriti, ma alcuni modelli armati con torrette e mitragliatrici telecomandati sono già stati sperimentati sul campo.

A metà febbraio scorso, le autorità ucraine hanno diffuso un video in cui un robot terrestre individua un soldato russo al buio grazie alla telecamera termica e lo neutralizza con una raffica di mitragliatrice.

Per ora questi sistemi sono quasi tutti controllati da operatori umani, ma i produttori assicurano che sono già capaci di operazioni autonome elementari, come rientrare alla base in caso di perdita del segnale radio. L’obiettivo è farli operare in sciame, con un singolo operatore a controllare un’intera rete di robot connessi in mesh come avviene con i droni aerei.

Bryan Clark, senior fellow presso l’Hudson Institute, è però scettico su quanto rapidamente possano progredire le capacità dei robot terrestri. Per Clark “I contesti terrestri sono molto più difficili da attraversare rispetto a quelli aerei“, aggiungendo poi come “La visibilità dei sensori a bordo di veicoli terrestri è molto limitata dal terreno, mentre un veicolo aereo vede tutto intorno a sé“.

Per i droni marittimi, raggiungere la piena autonomia richiederà approcci di navigazione alternativi al semplice riconoscimento visivo, con tecnologie ancora in fase di sviluppo o nei primi stadi operativi.

Le contromosse russe

La Russia non è certo ferma. Alcuni analisti ritengono, anzi, che i suoi sistemi autonomi siano più avanzati di quelli ucraini.

Un esempio eloquente è l’evoluzione dei già citati droni Shahed di progettazione iraniana, usati dalla Russia sin dal 2022 per colpire città e infrastrutture ucraine a centinaia di chilometri dal fronte. Non solo, secondo alcuni esperti come Oleksii Solntsev, CEO della startup ucraina MaXon Systems, con il passare dei mesi questi si stanno rivelando sempre più efficaci.

Prodotti in Iran già da diversi anni, gli Shahed possono trasportare testate da 90 chili fino a 650 km e costano circa 35.000 dollari l’uno, un costo ridicolo se paragonato ai circa due milioni di dollari di un missile balistico.

Questi vengono lanciati in grandi formazioni quasi ogni notte contro obiettivi civili e militari. I primi modelli si guidavano verso coordinate GPS preprogrammate e resistevano al jamming satellitare grazie a sistemi di navigazione inerziale, basati su accelerometri e giroscopi.

Con il tempo sono però diventati molto più sofisticati. Oggi volano più veloci e più in alto, risultano più difficili da intercettare. Tra gennaio 2024 e agosto 2025 il numero di lanci mensili è cresciuto di oltre 10 volte. Nei relitti recuperati nel 2025, l’esercito ucraino ha trovato chip NVIDIA utili per gestire sistemi IA e moduli termici per il riconoscimento di bersagli in notturna.

I modelli prodotti in Russia, denominati Geran-2, sono considerati più capaci dei comuni Shahed-136 che l’Iran impiega in Medio Oriente. Anche questi ultimi, però, si sono rivelati pericolosi: in soli due giorni all’inizio di marzo, oltre mille droni (in grande maggioranza Shahed) sono stati lanciati contro obiettivi americani e israeliani, con centinaia che hanno colpito nel segno.

La Russia sta anche schierando nuovi droni d’attacco, come il V2U, dotato di processori NVIDIA Jetson Orin e software di computer vision capaci di navigare anche in assenza di segnale satellitare. Questi chip arrivano nonostante le sanzioni americane, presumibilmente attraverso intermediari in India.

Nonostante i sistemi di difesa, con la già citata MaXon Systems schierata in prima linea, questi dispositivi restano una minaccia più che concreta. La compagnia di Solntsev sta testando torrette equipaggiate con sensori all’infrarosso, capaci di individuare gli Shahed anche a 12-16 km di distanza. Una volta scoperti, vengono poi lanciati droni per intercettare i dispositivi.

Un’altra possibile contromossa contro gli Shahed è il sistema Merops, sviluppato dalla startup americana Project Eagle e testato a fine 2025. Questo sembra aver già abbattuto oltre mille Shahed.

Non è ancora tempo di una guerra interamente robotica

Nonostante questi progressi, gli analisti concordano che la guerra robotica pensata da Azhnyuk è ancora lontana. Secondo Kate Bondar, ex advisor del governo ucraino, i droni avanzati funzionano in laboratorio, ma sul campo, i comandi presentano un rischio di errore troppo alto.

I dispositivi guidati da mano umana sono ancora più economici, mentre la necessità di chip per gestire funzioni IA avanzate possono rappresentare un limite alla produzione massiccia. Per Kate Bondar, finché non si raggiungerà un equilibrio tra tecnologia e costi, i modelli a guida autonoma saranno limitati numericamente.

Inoltre, i sistemi IA oggi disponibili possono riconoscere abbastanza bene oggetti grandi come Shahed o carri armati, ma gli esperti dubitano della loro capacità di distinguere in modo affidabile bersagli più piccoli, veloci o mimetizzati in modo adeguato. Bondar ha spiegato come tracciare soldati che usano un veicolo leggero o una moto, che si muovono ad alta velocità, è oggi molto difficile anche per i droni più avanzati.

Il vero “collo di bottiglia”, in questo senso, sembrano essere i sensori, non ancora adeguati rispetto ad altre componenti hardware dei droni. Bondar ha però previsto anche un’evoluzione rapida, con potenziali svolte significative entro 2-3 anni. A causa dell’imprevedibilità degli scenari di guerra, per l’esperta, il fattore umano rimarrà una costante, almeno per i prossimi 10-15 anni.

La startup Falcons, ha sviluppato un sistema di rilevamento radio-frequenza capace di localizzare con precisione droni e stazioni di controllo. A settembre, questa ha ottenuto finanziamenti dal fondo americano Green Flag Ventures per scalare la produzione e avanzare verso la certificazione NATO.

Nonostante ciò, il CEO Oleksandr Barabash è il primo ad ammettere che il suo sistema ha una data di scadenza. La prossima frontiera, secondo lui, sono i radar passivi capaci di rilevare oggetti piccoli e veloci sfruttando i segnali già presenti nell’ambiente (come trasmissioni televisive e radio) che rimbalzano sui bersagli in movimento. Questi radar hanno un vantaggio notevole in zona di guerra: non emettendo segnali propri, non possono dunque essere individuati dal nemico.

Bondar, però, ritiene che la potenza di calcolo necessaria ai droni autonomi produrrà comunque radiazioni elettromagnetiche rilevabili. A oggi resta dunque difficile anche solo immaginare droni davvero invisibili sul campo di battaglia.

Non solo scenari bellici: i droni nelle nostre città

Quando i droni autonomi diventano un’arma convenzionale, la loro minaccia non sarà confinata ai fronti di guerra. Torrette anti-drone e sistemi di intercettazione autonomi potrebbero presto costellare i perimetri delle città europee.

Attori ostili in tutto il mondo stanno osservando da vicino l’Ucraina e traendo lezioni. Già oggi, droni vengono usati da gruppi terroristici in Africa e dai cartelli messicani della droga per attacchi diretti verso le forze dell’ordine.

Per l’analista di difesa tedesco Marc Lange, l’Occidente deve iniziare a sviluppare difese cinetiche simili a quelle già proposte in Ucraina. Lo stesso Azhnyuk è preoccupato che i paesi europei stiano accumulando un colpevole ritardo rispetto a potenziali minacce di un futuro prossimo. Lo stesso ingegnere ha poi lanciato un monito inquietante all’intero continente: “Credo che i prossimi anni siano molto pericolosi per la sicurezza dell’Europa“.

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