Tra la primavera 2025 e l’estate 2026 la Cina ha trasformato le terre rare, ovvero i 17 elementi che tengono insieme magneti permanenti, motori e turbine, in uno strumento di politica commerciale: licenze d’export, regola de minimis, liste di controllo e un programma di segnalazione per farle rispettare.
Gli Stati Uniti hanno risposto con l’industrial policy più aggressiva degli ultimi decenni (oltre 7,3 miliardi di dollari da cinque agenzie governative) e l’Europa si è trovata in mezzo: il 24 luglio 2026 Pechino ha iscritto 14 società europee alla propria lista di controllo alle esportazioni.
Il punto che i titoli di cronaca non raccontano è dove sta il vero collo di bottiglia: non nella miniera cinese, ma nelle 41.700 tonnellate di ossidi di terre rare pesanti che il solo Myanmar, un Paese in guerra civile, con miniere gestite da milizie etniche, ha esportato in Cina nel 2023, più del doppio della produzione nazionale cinese degli stessi elementi.
E la scadenza da segnare in calendario è il 10 novembre 2026, quando scade la sospensione di un anno delle misure cinesi più strette.
La morsa: i numeri che spiegano la leva
Il dato di partenza è quello della lavorazione, non dell’estrazione.
Secondo il US Geological Survey (Mineral Commodity Summary 2026), la Cina nel 2024 ha estratto il 69,2% delle terre rare mondiali (a prima volta sotto il 70% ) ma la quota che conta è quella del processing: oltre il 90% della capacità mondiale di raffinazione è cinese.
Per i magneti permanenti sinterizzati, il prodotto che si monta nei motori, la quota sale: circa il 94% della produzione mondiale è cinese, secondo i dati IEA riportati da Carra Globe nel maggio 2026.
Il segmento critico è quello delle terre rare pesanti (dysprosio, terbio, europio, olmio, erbio, tulio e affini): secondo il CSIS, fino al 2025 non esisteva alcuna separazione commerciale di scala al di fuori della Cina.
Le applicazioni spaziano da munizioni e sistemi d’arma, satelliti e difesa aerea (CSIS) ai motori della transizione: il dipartimento dell’Energia USA stimava che entro il 2030 turbine offshore ed elettrificazione avrebbero potuto pesare due terzi della domanda mondiale di magneti NdFeB.
Sul versante USA, i dati USGS (importazioni 2021-24) misurano l’esposizione in un numero: il 71% dei composti e metalli importati proveniva dalla Cina, il 13% dalla Malesia.
La escalation del 2025: da Ford alla regola dello 0,1%
Il meccanismo è partito l’aprile 2025.
Il 4 aprile Pechino ha sottoposto a licenza l’export di sette elementi (e relativi leghe, composti, metalli e ossidi); il 12 aprile ha vietato l’export verso end-user militari.
Il primo caso industriale documentato è Ford: il 13 giugno 2025 il CEO Jim Farley ammetteva pubblicamente che l’attesa delle licenze aveva costretto al fermo di una fabbrica e che la fornitura di magneti era diventata un problema «quotidiano» (CBS News, Detroit News).
Dopo un primo cessate-il-fuoco di 90 giorni, scaduto a ottobre, la Cina ha inasprito.
Il 9 ottobre 2025 (avviso MOFCOM n. 61) il perimetro è passato a dodici elementi ed è entrata la regola dello 0,1%: un’azienda straniera che utilizzi tecnologia, attrezzature o input cinesi per le terre rare a partire dallo 0,1% del proprio processo deve ottenere l’autorizzazione di Pechino.
Nel pacchetto c’era il diniego presunto delle licenze per end-user militari esteri: di fatto, un blocco strutturale per l’industria di difesa occidentale che comprava input cinesi.
Il 30 ottobre la tregua firmata a Busan ha smorzato il conflitto: a novembre 2025 la Cina ha sospeso per un anno le misure di ottobre, mantenendo in vigore il regime di licenze dell’aprile (USGS).
I flussi lo hanno mostrato subito: a novembre le esportazioni cinesi di magneti sono crescite del 13%, ma il rimbalzo è stato asimmetrico: le importazioni europee sono salite del 60% su base annua, quelle americane sono scese dell’11% (CSIS).
L’Europa si è rifornita; gli Stati Uniti no.
La scommessa americana: 7,3 miliardi, cinque agenzie, due scadenze
La risposta di Washington, secondo il brief del CSIS del 27 aprile 2026, è «l’industrial policy più audace della storia moderna americana»: oltre 7,3 miliardi di dollari impegnati da cinque agenzie (Difesa, Commercio, Energia, Development Finance Corporation, Export-Import Bank). Il catalogo include:
- MP Materials: 400 milioni di equity dal dipartimento della Difesa (luglio 2025), che ne è diventato il primo azionista, con price floor decennale a 110 dollari al chilo sull’output neodimio-praseodimio e il futuro impianto 10X per magneti, con offtake decennale al 100% della produzione;
- USA Rare Earth: 2,8 miliardi per l’acquisizione del progetto Serra Verde in Brasile e 1,6 miliardi del programma CHIPS per la miniera Round Top (Texas) e lo stabilimento magneti in Oklahoma;
- Lynas: a maggio 2025 primo produttore commerciale di ossido di dysprosio fuori dalla Cina, nello stabilimento malese alimentato dal giacimento australiano di Mount Weld; gli Stati Uniti comprano i suoi ossidi al floor di 110 dollari/chilo, posizionando la Malesia come hub di raffinazione affidabile;
- Australia: 89 progetti attivi (contro 18 del Canada, 13 del Brasile, 12 degli USA), il 45% dell’investimento globale in esplorazione 2024 e un prestito governativo da 1,25 miliardi per la raffineria Iluka;
- Arabia Saudita: framework strategico USA-Saudita di novembre 2025 su uranio e minerali critici, con il dipartimento della Difesa che entra con il 49% in una raffineria in partenariato con Maaden;
- Project Vault: lo stockpile di minerali critici annunciato a febbraio 2026, valutato tra 10 e 12 miliardi a seconda delle stime (Reuters; Materials Dispatch), abbinato a un framework di 55 nazioni.
Il rovescio: il divieto DOD di materiali e magneti da Cina, Russia, Iran e Corea del Nord scatta al 1° gennaio 2027, ma senza una capacità aggiuntiva significativa negli otto mesi successivi, secondo il CSIS, il rispetto del requisito potrebbe non essere fattibile e il rimpiazzo misurato in output effettivo «resta modesto».
Il collo di bottiglia vero: Kachin
La lezione che i numeri americani non riescono a chiudere è che il collo di bottiglia non si sposta spostando le miniere: si sposta a valle, nella separazione, e la separazione delle terre rare pesanti dipende da una fonte che non è in Cina.
È il Myanmar.
L’estrazione si è industrializzata verso il 2017 ed è esplosa dopo il colpo di stato del febbraio 2021 (dati satellitari e importazioni cinesi, via Grist).
I numeri: oltre 600 miniere di terre rare georeferenziate nel Paese dallo Stimson Center, di cui 451 nel bacino dell’Irrawaddy a Kachin e oltre 300 siti nella Kachin Special Region 1 (controllata da milizie filojunta).
I riportano una cresciuta del 40% tra il 2021 e il 2023 (Global Witness); 44 delle 58 miniere sui fiumi Ruak, Lwe e Kok aperte tra il 2022 e il 2025 (Stimson).
Il commercio: tra il 2017 e il 2024 il Myanmar ha esportato in Cina oltre 290.000 tonnellate di materiale, per oltre 4,2 miliardi di dollari, l’85% dopo il colpo di stato.
Nel solo 2023 le importazioni cinesi di ossidi di terre rare pesanti dal Myanmar hanno raggiunto 41.700 tonnellate, più del doppio della quota di estrazione HREE domestica cinese, per 1,4 miliardi di dollari.
Da anni il Myanmar pesa da solo oltre il 60% del valore delle importazioni cinesi di HREE e, secondo Global Witness, nel 2021 ha superato la Cina come prima fonte mondiale di terre rare pesanti; il brief Stimson di luglio 2026 lo ribadisce: Myanmar, oggi il maggiore produttore mondiale di minerale HREE.
La storia di quel quadrante è una storia di guerra.
A ottobre 2024 l’esercito della Kachin Independence Army (KIA) ha preso il controllo di Pangwa e Chipwi, i due centri del bacino HREE (a Chipwi sono mappate oltre 2.500 buche di lisciviazione ) interrompendo i flussi verso la Cina e trasformando la milizia in gestore di zone di risorse: tassa sulle esportazioni, negoziati diretti.
A dicembre 2024, dopo la sconfitta della New Democratic Army-Kachin (NDA-K) per mano della KIA, l’estrazione di terre rare si è spostata verso lo Stato di Shan: la NDA-K era guidata da Zahkung Ting Ying, «partner chiave delle compagnie minerarie cinesi», poi fuggito in Cina.
Sempre a dicembre la società statale indiana Indian Rare Earths Limited visitava il Kachin per esplorare partenariati a monte.
A fine maggio 2026, giorni dopo l’accordo USA-India sui minerali critici, il capo della giunta Min Aung Hlaing visitava l’India per colloqui che includevano le terre rare (Reuters, NPR): la diplomazia di Yangon si sta riposizionando su quel file.
Nel 2025-26 l’espansione ha raggiunto il territorio della Ta’ang National Liberation Army (TNLA): i primi marker di presenza delle miniere compaiono a dicembre 2025 e, dato che la lisciviazione richiede 150-400 giorni, si stima che le esportazioni verso la Cina possano già essere iniziate.
La TNLA, dopo le sconfitte militari, ha accettato un cessate-il-fuoco bilaterale con l’esercio negoziato dalla Cina: la leva di Pechino su quel quadrante è diretta.
Dal fiume Kok a Bangkok
Il costo di questo sistema si vede a valle, in Thailandia.
Il Kok, il maggior affluente thailandese del Mekong, scorre dal Myanmar attraverso le province di Chiang Mai e Chiang Rai: ci pescano, ci bevono, vi lavorano agricoltura e turismo.
A monte, tre miniere attive e altre in sviluppo (Stimson).
Le analisi sull’acqua trovano arsenico, cadmio e livelli di elementi radioattivi e metalli pesanti «nettamente oltre» le soglie di sicurezza; i danni stimati ad agricoltura, pesca e turismo del nord Thailandia nel 2025 sono di circa 40 milioni di dollari.
Il quadro 2026 aggiunge due fatti. A maggio un gruppo locale per i diritti umani ha documentato l’impiego di prigionieri e vittime di traffico di esseri umani in «lavoro forzato» da parte di una compagnia cinese di terre rare nello Shan orientale, con la complicità dell’esercito birmano e dell’United Wa State Army.
A luglio attivisti thailandesi hanno manifestato davanti all’ambasciata cinese a Bangkok esigendo che Pechino risponda dell’inquinamento dei fiumi Kok, Sai, Ruak e Mekong.
Esperti thailandesi tracciano lo spostamento di minatori e capitali cinesi dal Kachin allo Shan e sospettano operazioni di fatto cinesi, con proprietari che si presentano come cittadini birmani; l’ambasciata cinese a Bangkok nega ogni coinvolgimento.
Giugno-luglio 2026: dalle liste americane a quelle europee
L’estate 2026 ha aggiunto tre tasselli.
Il 22 giugno la Cina ha iscritto MP Materials e USA Rare Earth, le due aziende che rappresentano il tentativo americano di costruire la catena fuori dalla Cina, nella propria lista di controllo alle esportazioni (Bloomberg, Reuters; Al Jazeera lo inquadra come «seconda ondata» dello scontro).
A fine giugno Pechino ha introdotto un programma di segnalazione (whistleblower) «in stile cinese» per militarizzarne i controlli sui minerali critici; a inizio luglio il Nikkei ha riferito della detenzione di due giapponesi in relazione al meccanismo, con l’evidente effetto deterrente sul caso.
Il 24 luglio la lista ha toccato l’Europa: 14 entità europee iscritte alla lista di controllo alle esportazioni, in relazione alle sanzioni UE sulla Russia; per S&P Global un divieto di fatto di esportare terre rare verso quelle 14 società.
Il Politico, il 2 settembre, osserva che la mossa «sembra simbolica. E potrebbe non restare così».
Termometro industriale: il CEO di Rheinmetall dichiara di disporre di circa un anno di scorte di terre rare e di richiedere aggiornamenti settimanali (S&P Global, luglio 2026).
Per la difesa europea la domanda non è «la Cina ci vende o no», ma se e quando Pechino deciderà di vendere.
Cosa osservare nei prossimi mesi
- 10 novembre 2026. Scade la sospensione di un anno delle misure di ottobre 2025: la regola dello 0,1% e la clausola militare tornano in vigore (USGS; Carra Globe). La scadenza più rilevante del ciclo e il test di prontezza dell’industria europea.
- 1° gennaio 2027. Il divieto DOD su materiali e magneti da Cina, Russia, Iran e Corea del Nord. Ogni capacità che entra in linea nell’interim (10X, Ucore, Lynas) è misurabile; il CSIS ad aprile lo giudicava già a rischio.
- La separazione fuori dalla Cina. A luglio 2026 Ucore ha prodotto un campione di ossido di dysprosio al 99,9% per le qualificazioni clienti di Giappone, Corea del Sud e USA (TMX): il primo marker industriale del percorso «mine-to-magnet» extra-cinese. La velocità con cui campioni del genere diventano produzione di serie sarà l’indicatore più diretto della tenuta della scommessa americana.
- Le prime miniere in territorio TNLA (Stimson, luglio 2026): il passaggio da «fornitore accidentale» a «secondo hub» cambierebbe il calcolo di ogni Paese che costruisce forniture alternative — India per prima.
- L’Europa. Se le 14 entità resteranno un caso isolato o diventeranno attrito commerciale strutturale; le scorte dichiarate dai difensori europei; e come il prossimo procurement della difesa UE tratterà l’esposizione RE — oggi una variabile geopolitica di serie A.




















