La democrazia partecipativa non può ridursi a un semplice questionario da compilare.
La revisione del Codice dell’Amministrazione Digitale (CAD), introdotta dalla Legge 167/2025, rappresenta uno snodo cruciale per il futuro digitale del nostro Paese. Un passaggio che, ex lege, dovrebbe prevedere il coinvolgimento pieno e reale di cittadini, imprese e professionisti del settore.
Tuttavia, l’attuale consultazione aperta sulla piattaforma istituzionale ParteciPa solleva più di un dubbio sulla reale trasparenza del processo.
Tutto viene affidato a 19 domande con risposte obbligate e blindate. Un sistema che costringe l’utente a scegliere tra opzioni predeterminate dal promotore della normativa non raccoglie opinioni libere, ma rischia di condizionarne il consenso e di generare distorsioni. Inoltre, limitare i contributi a un unico campo di note libere finale, senza possibilità di allegare documenti esterni (come position paper o analisi dettagliate), impedisce proprio ai professionisti del settore e alle associazioni di categoria di fornire quell’esame puntuale articolo per articolo, indispensabile per una riforma complessa come quella del CAD.
Questo modus operandi si pone in evidente tensione non solo con le Linee Guida nazionali della Funzione Pubblica in materia di consultazioni online, ma soprattutto con i principi europei di Better Regulation della Commissione Europea (si veda in proposito il portale “Have Your Say”), dove libertà di contribuzione e drafting collaborativo rappresentano lo standard minimo.
Ridurre la partecipazione a un sondaggio strutturato in modo così rigido rischia di trasformare un obbligo di legge in un mero adempimento formale, svuotando di significato l’articolo 9 del CAD, che spero non venga indebolito nella revisione (considerato che non è mai stato pienamente attuato nel nostro Sistema Paese).

Credo sia un dovere per noi professionisti farci sentire quando la partecipazione democratica elettronica viene concretizzata in modo così maldestro.




















