A mentire siamo sempre e solo noi, non i sistemi di IA

Sommario

Continuano a susseguirsi dibattiti e articoli dove si tende a soggettivizzare l’intelligenza artificiale, attribuendole un’identità, una coscienza e da ultimo persino la capacità (che sembrerebbe tutta umana) di mentire.

Ma è proprio il dibattito a essere ab origine viziato.

Vi propongo a tal proposito un gioco.

Provate, nella maggior parte dei titoli di articoli che leggete sulla digitalità che ci riguarda, a sostituire il termine IA con un qualsiasi altro strumento (un martello, un telefono, una televisione o anche una semplice soluzione software).

Vi renderete conto subito della surrealità di molti dei dibattiti che ruotano intorno ai sistemi e ai modelli di intelligenza artificiale generativa e agentica.

Le IA conversazionali effettivamente ci somigliano, ma non sono persone.

Non hanno un’identità autonoma. Sono sistemi statistici estremamente sofisticati e complessi. Non sono coscienti e non provano emozioni.

Il loro funzionamento si basa su modelli matematici (reti neurali artificiali) addestrati su enormi volumi di testo.

Il loro compito principale è calcolare la probabilità statistica delle parole (o meglio, dei token) che devono seguire le domande (i prompt) degli utenti.

Perché sembra che ci “comprendano”?

Perché sono stati addestrati proprio a generare in noi questa impressione, adattandosi al nostro linguaggio e alle nostre aspettative.

Infatti, anche se alla base c’è la statistica, durante l’addestramento i modelli non si limitano a imparare quali parole si susseguono più frequentemente.

Costruiscono una mappa interna estremamente complessa dei concetti e delle loro relazioni (il cosiddetto spazio vettoriale).

In estrema sintesi, non sono persone che “capiscono” e ci parlano, ma straordinari specchi del nostro linguaggio e della nostra logica.

Quella che avvertiamo come comprensione è invece la capacità della matematica di modellare strutture linguistiche e relazioni concettuali presenti nei testi prodotti dagli esseri umani.

Fatta questa premessa, se continuiamo a gestire gli approfondimenti sull’IA assecondando la sensazione sbagliata di avere a che fare con un’entità vivente e pensante, affrontiamo la materia partendo da presupposti culturali errati e continuiamo a costruire castelli su fondamenta fragilissime.

Iniziamo a renderci conto, tutte e tutti, dell’importanza delle parole e proviamo a cambiare il nostro linguaggio narrativo sull’IA, a partire dai titoli dei nostri articoli dedicati a queste soluzioni software. Perché, in fondo, di questo si tratta.

E allora ci renderemo conto che tali soluzioni hanno semplicemente amplificato problemi di:

  • ruoli e responsabilità (umane) dietro sistemi e modelli;
  • trasparenza;
  • titolarità (dei codici e dei contenuti prodotti);
  • territorialità e, quindi, sovranità;
  • qualità degli input e degli output.

E molto altro.

Occorre concentrarsi su questo, su accountability e governance, riportando il dibattito su un piano umano di governo delle tecnologie.

Altrimenti continueremo a parlare di superpoteri e magie.

E finiremo per crederci.

 

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