Cyberspionaggio e Privacy: Fino a che punto lo Stato può violare la nostra proprietà digitale?
Sicuramente una riflessione giuridica impone la decisione della Federal Court del Canada di autorizzare l’intelligence a entrare remotamente nei router privati e nelle smart TV dei cittadini per distruggere i virus di una rete di spionaggio straniera.
Non vi è dubbio che accedere ad un dispositivo privato e modificarne i dati senza il consenso del proprietario configura reati, a partire dall’accesso abusivo all’interno del sistema.
Nel caso in parola, tuttavia l’intrusione illecita viene trasformata in attività legittima dal mandato del giudice che trova giustificazione nel proteggere le reti energetiche nazionali da possibili sabotaggi.
La questione giuridica è quella di come realizzare un corretto bilanciamento tra l’interesse alla sicurezza collettiva ed il diritto alla privacy di ogni persona.
Il nodo giuridico: tra accesso abusivo e mandato del giudice
Da questo punto di vista si osserva che se è vero che l’intelligence ha agito in segreto e senza avvisare i cittadini per non allertare le spie straniere, dall’altro il giudice ha imposto paletti rigidi sul principio del mezzo meno invasivo.
Il prezzo della vulnerabilità: colpevoli di mancato aggiornamento?
Si è stabilito, infatti, che gli agenti potessero solo ripulire il traffico dati dannoso, con l’obbligo di non identificare gli utenti, non spiare le comunicazioni e distruggere ogni informazione personale incrociata per errore.
Alla luce di tali accadimenti, e pur condividendo le ragioni del provvedimento, resta da interrogarsi su fino a che punto sia lecito violare la proprietà privata digitale di un cittadino ignaro, la cui unica colpa magari è non aver aggiornato il software del proprio router.






















