Responsabilità e intelligenza artificiale: chi paga quando la tecnologia sbaglia?
Nei giorni scorsi, a proposito di questo, si è molto commentata una sentenza di una Corte federale americana nel contenzioso tra Amazon e Perplexity.
La decisione effettivamente si limita a ribadire un’ovvietà che, nel pieno dello storytelling pervasivo sull’intelligenza artificiale, rischiamo spesso di dimenticare: dietro le azioni, più o meno automatizzate o autonome, di uno strumento software, per quanto evoluto, c’è sempre un responsabile umano.
Nel caso specifico, la Corte ha ritenuto che fosse l’utente finale, utilizzando lo strumento IA di Perplexity (“Comet”), ad aver effettuato l’accesso contestato ai sistemi di Amazon e non Perplexity stessa.
Attenzione, però. La stessa Corte ha chiarito che questa decisione non costituisce un precedente generale, perché è strettamente legata all’interpretazione del CFAA federale (Computer Fraud and Abuse Act) e del CDAFA californiano (Comprehensive Computer Data Access and Fraud Act).
Si tratta, quindi, di una pronuncia che va letta con prudenza: in casi analoghi potrebbero arrivare decisioni differenti, sia nello stesso ordinamento statunitense sia, a maggior ragione, in altri contesti normativi.
Eppure, in Italia e in Europa se ne parla spesso come se fosse accaduto qui. Come se si applicassero automaticamente i parametri del nostro ordinamento.
Non è così.
Sul piano teorico, la decisione offre certamente un punto fermo utile: l’errore non è mai dell’algoritmo in sé, ma di una persona fisica o giuridica che lo sviluppa, lo governa, lo mette a disposizione o lo utilizza.
Il quadro giuridico europeo e l’illusione della semplicità
Sul piano giuridico, però, in Europa il quadro è molto più articolato.
Esistono discipline differenti e potenzialmente concorrenti, comprese quelle europee sulla responsabilità per danno da prodotto e quelle relative ai software e ai sistemi digitali.
Non a caso lo stesso AI Act si disinteressa della responsabilità civile per i danni causati dall’utilizzo dell’IA, limitandosi soprattutto a introdurre un sistema (piuttosto burocratico) di valutazione e gestione dei rischi.
E se ne disinteressa perché la responsabilità civile resta una materia complessa, delicata e ancora non armonizzata in modo completo all’interno dell’Unione europea.
La catena delle responsabilità: chi risponde davvero?
Per questo è vero che dietro ogni utilizzo dell’IA c’è sempre una responsabilità umana. Ma non è affatto detto che il responsabile sia sempre e solo l’utente finale.
Nello sviluppo e nell’impiego di sistemi di IA la catena delle responsabilità è complessa e dovrà essere ricostruita caso per caso, anche sul piano contrattuale quando possibile.
A rispondere di danni cagionati da sistemi e modelli di IA potrebbe essere l’utilizzatore. Ma potrebbe esserlo anche chi sviluppa, integra, commercializza o governa in qualche modo quel sistema o quel modello.
Non tutto si può fare. E non tutto può essere scaricato sul singolo utente.
Anche le recenti vicende che hanno coinvolto Meta in merito alle responsabilità sui minori nell’utilizzo dei social (e che sono sfociate in un accordo transattivo miliardario) dimostrano che qualcosa si sta muovendo.
Forse si sta finalmente aprendo uno spiraglio in quella sensazione di impunità tecnologica che ha caratterizzato questi anni, alimentata troppo spesso da superficialità, semplificazioni e – ahimè – pressappochismo giuridico.
Il diritto, fortunatamente, continua a ricordarci che dietro ogni tecnologia ci sono sempre scelte umane. E, quindi, responsabilità umane.






















