Ho appena letto su Wired della prima class action europea contro Meta e TikTok avviata davanti al Tribunale delle Imprese di Milano. L’azione promossa dal Moige e da numerose famiglie solleva interrogativi di straordinaria rilevanza giuridica che superano le eccezioni preliminari sulla giurisdizione sollevate dai legali delle piattaforme.
Il cuore del dibattito si sposta sulla responsabilità civile e sulla progettazione dei sistemi tecnologici. Il parere neuroscientifico allegato al ricorso evidenzia come i meccanismi di rinforzo variabile alla base dello scroll infinito agiscano sui circuiti dopaminergici dei minori in modo simile alle slot machine. Se verrà dimostrato che le Big Tech erano consapevoli di generare dipendenza su una corteccia prefrontale ancora immatura ci troveremo di fronte a una ridefinizione della colpa e del danno da prodotto pericoloso applicata al software.
I dati indicano che circa 3,5 milioni di bambini italiani tra i 7 e i 13 anni utilizzano i social violando i limiti di età. Il procedimento di Milano rappresenta una sfida culturale necessaria per stabilire se le regole dello Stato di diritto possano finalmente piegare le logiche commerciali degli algoritmi a tutela delle generazioni future.




















