C’è un miraggio che pervade le politiche di digitalizzazione nel nostro Sistema Paese: l’interoperabilità tra piattaforme e sistemi diversi.
Le Big Tech da anni riescono a correlare in tempo reale dati, comportamenti, preferenze e identità di miliardi di persone, rendendoli disponibili ad altre piattaforme per transazioni commerciali.
Noi inseguiamo l’interoperabilità nella PA, fissando termini, approvando riforme e finanziando progetti senza essere ancora riusciti a realizzare ecosistemi pienamente interoperabili.
Il paradosso è che in Italia ne parliamo da quasi trent’anni.
Il paradosso italiano: dal SUAP all’EUDI Wallet
Prendiamo il SUAP.
Nato alla fine degli anni ’90 con l’obiettivo di semplificare il rapporto tra imprese e PA, avrebbe dovuto rappresentare uno dei simboli della trasformazione digitale del Paese.
Eppure, nonostante interventi normativi, investimenti pubblici e risorse del PNRR, continuiamo a confrontarci con dati che faticano a circolare, sistemi che dialogano a fatica e processi che restano frammentati.
Ed è solo un esempio, perché in Sanità, Istruzione, Giustizia o eProcurement etc. la situazione è simile.
Oggi il dibattito si sposta sull’EUDI Wallet.
Secondo eIDAS 2, entro il 24/12/2026 tutti gli Stati membri dovranno rendere disponibile un portafoglio europeo di identità digitale.
Un progetto ambizioso e strategico che promette controllo sui dati personali e un’agevole fruizione dei servizi digitali.
Ma una domanda andrebbe posta con onestà.
Se non siamo ancora riusciti a rendere realmente interoperabili molti procedimenti amministrativi all’interno di un singolo Stato, siamo certi di essere pronti a garantire una piena interoperabilità di identità, attestazioni e credenziali digitali tra ventisette Stati membri?
L’interoperabilità non è una questione di API
Perché l’interoperabilità non è una questione di API.
Non nasce con la costruzione tecnologica di una piattaforma e non si compra attraverso pur cospicui finanziamenti.
L’interoperabilità nasce attraverso regole condivise, responsabilità chiare, qualità dei dati, processi coerenti, conservazione digitale affidabile e una governance condivisa.
In altre parole, nasce da cultura amministrativa e (vera) accountability.
Il vero rischio per i cittadini europei
Il vero rischio, quindi, non è che l’EUDI Wallet non funzioni, ma che funzioni perfettamente come semplice contenitore digitale all’interno di ecosistemi ancora frammentati, disomogenei e incapaci di governare il ciclo di vita del dato, mettendo a rischio ulteriormente identità e abitudini di noi cittadini europei.
Le Big Tech non hanno sviluppato soltanto tecnologie migliori.
Hanno posto le basi di ecosistemi interoperabili by default, facendo della circolazione del dato il proprio modello di business.
E servendosi di scorciatoie normative, asimmetrie regolatorie e lunghi silenzi della politica europea. Va detto anche questo.
Noi invece continuiamo a costruire nuovi contenitori digitali senza affrontare fino in fondo il problema dell’interoperabilità organizzativa, semantica e giuridica.
E nessun Wallet, da solo, potrà colmare un ritardo culturale che dura da decenni.
L’interoperabilità non è una tecnologia da acquistare.
È una cultura da costruire.




















