Di estremo interesse, per gli spunti che fornisce, è la notizia presentata al Black Hat di Las Vegas dal ricercatore greco Vangelis Stykas.
L’analista ha comunicato che invece di limitarsi a tracciare le minacce dall’esterno si è infiltrato per quasi due anni nei server di comando e controllo delle crew nordcoreane, raccogliendo 5 terabyte di dati, tra cui messaggi privati, codice sorgente e un elenco diretto di ben 1.640 organizzazioni colpite in 57 paesi (di cui oltre 700 gravemente compromesse con accessi root e chiavi crypto sottratte).
Se si prescinde da un operazione di reverse hacking che ha dello straordinario, il dato degno di attenzione per aziende e professionisti riguarda il vettore d’attacco utilizzato.
Ci troviamo di fronte, infatti, a nessuna vulnerabilità zero-day nei software, ma ad una raffinatissima tecnica di ingegneria sociale denominata “Contagious Interview”.
Gli hackers contattavano sviluppatori senior, proponendo offerte di lavoro allettanti e invitandoli a eseguire un test di coding a casa.
A questo punto il test, camuffato da pacchetto di codice su piattaforme note come GitHub o GitLab, una volta aperto su ambienti di sviluppo come Visual Studio Code eseguiva il malware, finendo con il consegnare agli hacker le chiavi d’accesso ai server aziendali.




















