La Russia sta intensificando l’impiego di droni di tipo Shahed spinti da motori a reazione (varianti Geran-3, Geran-4 e Geran-5), modificando radicalmente gli equilibri del conflitto aereo.
Secondo i dati dell’intelligence militare ucraina (HUR), la produzione dei modelli più avanzati ha raggiunto quota 3.000 unità al mese, segnando una svolta tecnologica e tattica che mette a dura prova i sistemi di difesa aerea di Kiev.
Le caratteristiche tecniche: velocità e controllo in tempo reale
A differenza dei tradizionali droni a scoppio, le nuove versioni a reazione introducono prestazioni balistiche e operative nettamente superiori:
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Geran-4: raggiunge una velocità di circa 350 km/h.
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Geran-5: spinge la velocità fino a 600 km/h con un raggio d’azione che arriva a circa 950 km.
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Controllo remoto via MESH: grazie all’impiego di modem MESH, questi droni non seguono soltanto coordinate pre-programmate, ma possono essere pilotati direttamente da operatori a distanza tramite flussi video in tempo reale, permettendo di ricalibrare i bersagli in volo.
Obiettivi strategici: infrastrutture energetiche e logistica
Nel corso dell’estate, l’impiego di questi vettori si è concentrato su due direttrici principali:
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Infrastrutture energetiche: con l’obiettivo di paralizzare la rete elettrica e industriale in vista della stagione fredda.
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Nodi logistici e trasporti: colpi mirati contro decine di depositi, ferrovie (in particolare nell’area di Dnipropetrovsk) e porti strategici meridionali come Odessa e Mykolayiv.
La risposta di Kiev e la corsa agli intercettori
La velocità e l’agilità di questi droni rendono inefficaci molte delle contromisure tradizionali, soprattutto nelle aree entro i 100 chilometri dal fronte. Per fronteggiare l’emergenza, l’Ucraina ha accelerato lo sviluppo di nuove soluzioni:
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Intercettori dedicati: come il sistema Alexa Spatium, presentato dal Ministero della Difesa ucraino.
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Sistemi di difesa avanzati: torrette controllate a distanza, spolette programmabili e aggiornamenti dei missili superficie-aria (SAM).
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Colpire la filiera: parallelamente alla difesa aerea, restano centrali i raid mirati contro i siti di lancio, le basi di controllo e il polo produttivo di Alabuga nel Tatarstan.
Il vero nodo critico resta tuttavia la catena di approvvigionamento: nonostante le sanzioni internazionali, gran parte dei componenti elettronici avanzati utilizzati in questi droni proviene da Paesi occidentali e dalla Cina, spesso con i codici identificativi cancellati al laser per eludere i controlli.




















