Lo scorso anno, intervenendo ai microfoni di Rai Radio1, avevo già espresso le mie forti perplessità sul progetto europeo noto come Chat Control, nato con il dichiarato (e pur condivisibile) obiettivo di contrastare gli abusi sui minori online.
Oggi, alla luce delle ultime vicende europee che con insistenza ripropongono argomenti che sembravano ormai sepolti dai voti contrari espressi dal Parlamento europeo, quelle preoccupazioni non solo non si sono affievolite, ma sembrano trovare nuove ragioni di attualità.
Il compromesso tra sicurezza e libertà costituzionali
Sia chiaro un punto fondamentale: nessuna persona ragionevole può mettere in discussione la necessità di combattere la pedopornografia e ogni forma di sfruttamento dei minori.
Il punto, però, non è il fine perseguito. Il punto sono i mezzi che si scelgono per raggiungerlo.
Quando, per individuare pochi criminali, si introduce un modello che consente il controllo sistematico delle comunicazioni elettroniche di intere popolazioni, il rischio è quello di alterare profondamente l’equilibrio tra libertà e sicurezza sul quale si fondano le democrazie costituzionali.
Da giurista continuo a pensare che l’art. 15 della nostra Costituzione, che tutela la libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione, non possa essere sacrificato con leggerezza sull’altare dell’emergenza del momento. Perché ogni volta che si apre una deroga a un principio fondamentale, si apre anche una falla.
E le falle, soprattutto nell’era digitale, tendono ad allargarsi in inarrestabili voragini.
Dai minori alla profilazione: il rischio del “Mission Creep”
Oggi si parla di lotta agli abusi sui minori. Domani chi ci assicura che gli stessi strumenti non possano essere impiegati per altre finalità?
Chi ci garantisce che enormi quantità di dati non possano alimentare forme sempre più pervasive di profilazione, schedatura, dossieraggio o manipolazione sociale?
La storia ci insegna che gli strumenti di controllo creati per nobili ragioni raramente restano confinati allo scopo originario.
Per questi motivi, mi inquieta il fatto che, dopo il voto contrario espresso in passato dal Parlamento europeo, si continui a tornare su questo dossier, attraverso scorciatoie procedurali che hanno consentito, approfittando anche del periodo pre-festivo, di riproporre una disciplina che molti ritenevano ormai superata.
Dalla deroga temporanea alla normalizzazione del controllo
E mi inquieta anche il fatto che la deroga introdotta dal Regolamento (UE) 2021/1232, già eccezionale e presentata come temporanea, sia stata solo il punto di partenza di un percorso che rischia ora di spingersi molto oltre.
Una deroga nata in un contesto emergenziale e fondata su presupposti di volontarietà e trasparenza informativa non può diventare il grimaldello per normalizzare forme di monitoraggio generalizzato delle comunicazioni private.
Non voglio sinceramente vivere in un’Europa nella quale, nel nome della sicurezza, si accetti come normale che ogni comunicazione possa essere potenzialmente analizzata, classificata e archiviata da algoritmi per generare decisioni automatizzate che incidono profondamente su persone fisiche su cui vigerebbe il principio di presunzione di innocenza.
E già stiamo assistendo impotenti a generalizzate cancellazioni di account social (da parte di Google, Meta e altri) per solo sospetto generato da un algoritmo, senza possibilità di instaurare un reale contraddittorio.
Conclusione: la deriva verso la sorveglianza preventiva
Perché il confine tra prevenzione e sorveglianza di massa è molto più sottile di quanto si voglia far credere. E quando quel confine viene superato, il rischio non è soltanto una compressione della privacy.
Il rischio è una trasformazione culturale profonda: una società nella quale tutti vengono osservati preventivamente, non perché sospettati di aver commesso un reato, ma perché tecnologicamente controllabili.
Uno scenario che ricorda più le distopie di Minority Report che le promesse di una democrazia liberale europea.
E tutto questo, da cittadino prima ancora che da avvocato, non mi fa dormire sonni tranquilli.




















